Ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali, vice segretario del Partito democratico, sconosciuto ai più. Da oggi in molti digiteranno il nome di Maurizio Martina su Google per capire chi è il nuovo reggente del Pd, protagonista della prima direzione nazionale dell’era post Renzi. Chiamato ad assumere il comando ad interim della segretaria, non è detto però che il Ministro diventi il nuovo leader del Nazareno: solo ad aprile, quando si terrà l’assemblea del partito, si saprà se verrà confermato o meno alla guida della compagine politica.

EX MINISTRO
Nominato sottosegretario alle Politiche agricole alimentari e forestali da Enrico Letta nel 2013, Martina si appropria del dicastero con Renzi nel 2014 diventandone il Ministro. Nel 2015 è stato uno dei promotori di Sinistra è cambiamento, area politica più a sinistra della cosiddetta corrente renziana, che un anno fa ha sostenuto la mozione Renzi-Martina al congresso e che fa tutt’ora parte della maggioranza assieme a Areadem di Dario Franceschini.

GLI INIZI A BERGAMO
Classe 1978, bergamasco, diplomato in tecnica agraria, con una laurea in scienze politiche, ha iniziato a occuparsi di politica nel 1994 con il Movimento degli studenti, per poi assumere dieci anni dopo la carica di segretario provinciale dei Democratici di sinistra di Bergamo. Diventato leader regionale del Pd in Lombardia nel 2006, quando a dettare la linea c’era Walter Veltroni, l’invisibile Martina (così lo chiamano i maligni) dove lo metti sta. Mai capriccioso, gran lavoratore, ha doti da camaleonte: è stato fassiniano, veltroniano, bersaniano, cuperliano, poi renziano e adesso chissà.

«FRA’ MAURIZIO MARTINA»
Nonni contadini, figlio di operai, con un papà democristiano, Martina è al cento per cento di sinistra, ma non per questo nemico dei cattolici. Anzi: a 21 anni venne eletto nel consiglio comunale di Mornico al Serio nella lista civica dell’allora sindaco Rossano Breno, poi presidente della Compagnia delle opere di Bergamo, l’associazione imprenditoriale legata a Comunione e Liberazione. Le sue amicizie cattoliche a qualcuno hanno fatto storcere il naso: qualcuno lo ha anche soprannominato in passato «Fra’ Maurizio», ma niente di più.

IL GENTILUOMO DAI MODI SOPORIFERI
Mai una dichiarazione fuori posto. Mai una battuta degna di essere ricordata. Sposato, padre di due figli, dicono di lui che è troppo serio per essere un vero leader. I suoi modi sono soporiferi, le sue frasi preferite pure (in momenti come questi ripete come un mantra che «bisogna stare con i piedi per terra»). Lui però non ci fa caso, tira dritto e ribadisce: «Dò una mano, poi si vedrà».

IL FUNZIONARIO DIVENTATO STRATEGA
Le sconfitte non lo spaventano: la pazienza non gli manca ed è grazie a questa virtù che finora è riiuscito sempre a risollevarsi. Nel 2013 Martina era al timone del Pd in Lombardia quando Umberto Ambrosoli venne sconfitto da Roberto Maroni alle elezioni regionali, nonostante gli scandali che avevano travolto la giunta Formigoni. Una debacle. Si rifarà nel 2014 con l’elezione di Giorgio Gori a Bergamo e con la storica vittoria del Partito democratico a Varese, roccaforte leghista, nel 2016. Entrambe le imprese portano la sua firma. In mezzo, nel 2015, il successo dell’Expo, che ha seguito in prima linea da ministro dell’Agricoltura. Da semplice funzionario di partito, Martina è assurto a stratega. Al punto da diventare, meno di un anno fa, il numero due del Partito democratico. Oggi è il giorno del suo definitivo coronamento.

 

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