«Nell’Under 13 erano tutti maschi, io ero l’unica femmina ed ero il capitano». Giusto per mettere in chiaro le cose. Ilaria Arrighetti, terza linea della nazionale femminile di rugby impegnata in questa primavera nel Sei Nazioni, uno dei tornei più prestigiosi al mondo (domenica 11 in trasferta contro il Galles), si è innamorata di questo sport alle scuole medie dopo una lezione dimostrativa durante l’ora di educazione fisica. Sfatando lo stereotipo della scuola lontana dal mondo sportivo.

«Mi è piaciuto da subito e ho cominciato a giocare, mi hanno detto di andare al campo a provare, dicevano che ero brava».

Brava lo è davvero visto che è arrivata in nazionale neanche ventenne, lei è nata nel 1993 a Cernusco sul Naviglio, alle porte di Milano, e ha esordito in azzurro nel 2012. «Ero totalmente incosciente ed esaltata rispetto a quello che andavo a fare quando ho giocato la prima partita in nazionale che non mi sono bene resa conto di niente. Un misto di emozioni esplosive».

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Mai discriminata da ragazzina in uno sport considerato da maschi?
«No, non tanto. Mi è sempre piaciuto stare in mezzo agli altri e all’inizio era un po’ maschiaccio. È sempre stato un valore aggiunto il fatto che facessi qualcosa di diverso, un argomento di conversazione».

Adesso il rugby è il tuo lavoro?
«No o propriamente un lavoro, ma ormai occupa gran parte del mio tempo. Da tre anni gioco in Francia, a Rennes. Da lì ho preso seriamente questo talento che ho sempre avuto. Ho colto l’occasione».

Da professionista?
«Non esiste il professionismo nel rugby a 15. Diverso per alcune squadre a 7, ma poche possono dire di vivere per il rugby e con il rugby. Io non vivo di questo sport. Faccio questo, lavoro e studio. Per ora va bene così. Ho metà del tempo dello studio dei miei compagni per gli allenamenti, ma lo metto a frutto meglio».

La cosa che ti piace di più del rugby?
«Il fatto che si giochi insieme. È uno sport collettivo. Non ho trovato un altro sport che facesse nascere amicizie e unioni così».

Che altri sport hai fatto?
«Pallavolo, nuoto, karate, di tutto, anche calcio».

Cosa studi?
«Lettere moderne e ho fatto il liceo classico (lo dice ridendo ndr). Fa strano una rugbista acculturata».

L’ultima cosa che hai letto?
«Un Dostoevskij, mi piacciono particolarmente i russi».

Le tue compagne di squadre studiano o lavorano?
«Entrambe le cose. Molte hanno fatto scienze motorie, ma ci sono ingegnere, farmaciste».

E il rugby è un hobby?
«Non è un hobby, ma non è una professione. Alcune ragazze lo rimpiangono, per me per ora va bene così».

Il rugby è sport collettivo, ma si racconta anche di scherzi e goliardia fra gli uomini. Voi?
«In modo diverso, ma siamo bravissime nel lato goliardico. Alle nuove facciamo organizzare dei balletti. Abbiamo fatto Single Ladies con anche i body. Si divertono tutti».

Dopo la partita  torni in Francia?
«Sì, mi piace molto stare a Rennes. Prima non avevo mai sentito il bisogno di andare via da casa (fino a 3 anni fa giocava a Monza, campione d’Italia nel 2014 ndr), invece sono partita senza sapere una parola di francese. La squadra mi ha pagato un corso base, insieme a un contributo per i primi due anni di affitto. Questo è l’accordo. Ho un lavoro per tre ore al giorno e poi un contributo dalla Federazione».

Dove vivi?
«Abito con altre tre italiane, mie compagne di squadra a Rennes e in nazionale. Stiamo vicino all’Università».

La tua giornata tipo?
«Lavoro dalle 6 alle 9 poi studio o allenamento, nel pomeriggio di nuovo studio e allenamento. Tutto è un quarto d’ora massimo di distanza».

È come fare un Erasmus lungo giocando a rugby?
«Esatto».

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