Per capire che quella dei 90esimi Oscar non fosse una serata particolarmente brillante e briosa (eufemismo), non c’era certo bisogno di aspettare gli ascolti (al ribasso) e i commenti stizziti di Donald Trump il giorno dopo («È evidente che non ci sono più star, a parte me», ha scritto il presidente degli Stati Uniti come se dalla capitale della prima potenza mondiale non ci fosse altro di cui twittare). Chiunque abbia seguito la lunga notte degli Oscar, quest’anno, pure in Italia avrà avuto (più) di un attimo di cedimento: un veloce cambio di telecomando sulla maratona Mentana (salvo ripensamenti causa proiezioni elettorali); il desiderio, inconfessabile e recondito, di vedere apparire dal dietro le quinte Claudio Baglioni con la sua voce e la sua chitarra. Come in un bistrattato Festival di Sanremo nostrano (avete presente quelli che «Che schifo Sanremo, vuoi mettere gli Oscar?», sì pure loro).

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Per una volta, insomma, non è che Mr. Donald l’abbia sparata così grossa. A sfilare sul red carpet dei primi Oscar «#NotSoWhite» c’erano molte dive di ieri e di oggi – Jennifer Lawrence e Meryl Streep, Margot Robbie ed Helen Mirren -, ma non una grande star maschile. Né un George Clooney, neppure un Casey Affleck qualunque (escluso dalla consegna dei premi per un’accusa – pure lui – di molestie sessuali). La maggior parte dei presenter assoldati quest’anno erano donne e/o persone di colore. Così come i premi assegnati in serata, quasi tutti all’insegna della diversità: miglior film straniero alla transessuale cilena di Una donna fantastica; primo autore di colore a vincere la miglior sceneggiatura originale con Get Out (Jordan Peele); migliore canzone, Remember Me del film Coco, in onore della tradizione musicale messicana. Senza contare le clip e i montaggi a effetto, i discorsi inneggianti parità (quello di James Ivory, vincitore della statuetta alla miglior sceneggiatura non originale per Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino, e, soprattutto, di Frances McDormand, che ha concluso la serata con il suo “folle” appello allInclusione Rider).

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Tutto eccessivo, ossessivo, a tratti maniacale. Molto prevedibile, soprattutto. Come un compitino. Come se l’obiettivo della serata fosse dimostrare: «Non è che siamo cattivi, ci disegnano così». E il risultato – nonostante in lizza ci fossero dei film bellissimi e la competizione fosse una delle migliori degli ultimi anni, nonostante fosse davvero l’annata «da novanta» degli Academy Awards, (in)tesa a celebrare il passato e allo stesso tempo inaugurare una nuova era del cinema (del dopo-Weinstein e non solo) – il risultato, alla fine, è stato un flop. In calo gli ascolti: 26.5 milioni di americani, il 20% di share e 6 milioni in meno rispetto all’edizione del 2017. In calo, soprattutto, la verve, con un Jimmy Kimmel nettamente sottotono – per non dire quasi assente – nella sua seconda cerimonia Oscar consecutiva; ma, soprattutto, con una liturgia estremamente «corretta» e perfettina, sempre sulla difensiva, priva (salvo qualche eccezione) di autenticità. Si è insistito molto, sin da subito, sin dal monologo inaugurale di Kimmel, sulla serietà di certi temi, sull’espulsione di Harvey Weinstein dall’Academy, sui progressi a Hollywood nella rappresentazione delle minoranze. Segno anche di un’Academy profondamente rinnovata (39% di donne e 30% di persone di colore, su un totale di 8500 membri).

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Secondo il Wall Street Journal è stata l‘eccessiva politicizzazione della cerimonia ad allontanare l’audience. Secondo noi, più banalmente, è stato il volerla manifestare in maniera così plateale (leggi ipocrita) e noiosa. Senza un guizzo particolare. Senza quasi crederci fino in fondo. Quasi fosse più una ostentazione d’intenti. E l’intento principale fosse farsi perdonare, in una sola notte, non soltanto i recenti mesi di scandali e #metoo, ma anche tutti i novant’anni precedenti di «exclusion» e di «OscarSoWhite». Dando l’impressione, purtroppo, ancora una volta, di una Hollywood che se la cantava e se la suonava da sola. Senza divertire nemmeno. In attesa, forse, che una Black Panther, l’anno prossimo ci salverà.

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