Quest’anno la Giornata internazionale della donna cade tra la fine di una legislatura e l’inizio di un’altra. E, perché sia davvero “otto marzo tutto l’anno”, come si diceva una volta per esprimere l’ampiezza e insieme l’urgenza dei temi posti dai movimenti delle donne, vorrei provare a ragionare su cosa ci lascia la legislatura che si è appena chiusa, non solo per quanto riguarda gli obiettivi raggiunti e quelli ancora da raggiungere, ma soprattutto in termini di senso, di significato.

Per le donne, la XVII legislatura si era aperta con la ratifica della Convenzione di Istanbul, a mio avviso lo strumento tuttora più avanzato per prevenire e contrastare la violenza di genere. E, nei cinque anni che abbiamo alle spalle, abbiamo ottenuto molti risultati importanti: penso non solo ai piani antiviolenza e alle altre misure di contrasto alla violenza sulle donne, ma anche a temi quali maternità e genitorialità, lavoro, equilibrio di genere nelle istituzioni rappresentative, diritti per tutte e tutti.
Ma femminicidi e violenze continuano a un ritmo angosciante e inaccettabile, che ci impone di non fermarci e, soprattutto, di imboccare in modo ancora più deciso la strada della prevenzione. La violenza di genere, come spiega la stessa Convenzione di Istanbul, è un fenomeno strutturale: ha radici profonde, che affondano nella cultura e danno forma alla società e ai rapporti che si stabiliscono tra i sessi. È la cultura, quindi, che dobbiamo cambiare se vogliamo che, in un futuro il più possibile prossimo, femminicidi, violenza domestica, molestie sessuali e altre forme di violenza di genere si avvicinino allo zero.
È quanto hanno perfettamente chiaro, per esempio, le donne che hanno dato vita al movimento #metoo e #quellavoltache e, più di recente, le cineaste che hanno elaborato il manifesto “Dissenso comune”. Con i loro racconti e le loro parole, queste donne hanno svolto non soltanto un’opera di denuncia, ma hanno dato un contributo sostanziale proprio a quel cambiamento culturale di cui abbiamo bisogno.
Un altro contributo sostanziale, di cui non nego di essere orgogliosa, è quello a cui accennavo all’inizio, quello dato dalla buona politica nel corso della legislatura che si è appena conclusa.

Mi soffermo soltanto su due questioni, perché credo che diano più di altre il senso di un cambiamento culturale profondo e, mi auguro, duraturo.

La prima è quella dell’uguaglianza di genere e delle pari opportunità nella scuola. La legge 107 del 2015 ha stabilito che “Il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei principi di pari opportunità promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni” (art. 1, comma 16). Come Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, ho provveduto all’attuazione di questa disposizione emanando le relative Linee guida, a loro volta parte integrante di un Piano nazionale per l’educazione al rispetto provvisto di adeguati finanziamenti: grazie a queste misure, la scuola italiana contribuirà a superare stereotipi e pregiudizi di genere (e non solo), attraversando campi come le STEM, lo studio delle figure femminili rilevanti nelle scienze e nelle arti, l’uso della lingua. E, poiché quest’ultimo punto ha un’importanza cruciale, il MIUR ha predisposto le nuove Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo, che sono state presentate ieri.

La seconda questione riguarda il congedo di paternità obbligatorio, che abbiamo introdotto e successivamente aumentato a quattro giorni. Mi auguro – e mi impegnerò affinché sia così – che la nuova legislatura riesca ad arrivare a quindici giorni, allineando l’Italia ad altri paesi europei. Questa misura, sia pure nei limiti attuali, consente un nuovo rapporto tra i neopapà e i loro figli e incoraggia nuovi equilibri all’interno della coppia genitoriale. Soprattutto, segna un passaggio non più rinviabile: quello dalla conciliazione, orientata sulle donne e sulla loro necessità di tenere insieme lavoro e attività domestiche e di cura, alla condivisione di queste attività da parte di uomini e donne. È un passaggio fondamentale, perché una cultura cambia se cambiano i comportamenti delle donne e degli uomini che la creano giorno dopo giorno.

Un ragazzo che lava i piatti, una mamma che studia le microparticelle, un papà che si occupa dei figli, una ragazza che pratica uno sport da professionista (cosa che in Italia non è possibile e su cui intendo tornare a impegnarmi in Senato), contribuiscono a prevenire la violenza di genere più di quanto non si pensi. È a loro che dobbiamo guardare, sono loro che dobbiamo incoraggiare e sostenere, per costruire un mondo davvero di donne e di uomini, un mondo privo di violenza che sappia riconoscere e valorizzare le differenze come valori per una cittadinanza civile e democratica.






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