Gli straordinari successi della valanga rosa alle Olimpiadi invernali a Pyeongchang in Corea, dieci medaglie di cui sei femminili e una mista, consentono di riflettere sui temi di genere, al centro di un volume di prossima pubblicazione per l’editore Franco Angeli, intitolato Donna e sport e curato da Maria Canella, Sergio Giuntini e Ivano Granata (euro 59,00). Negli ultimi due decenni in Italia gli studi riguardo alla storia dello sport hanno fatto notevoli progressi sia sul piano qualitativo sia su quello quantitativo, resta un vuoto da colmare sul tema donna e sport, mentre nell’opinione pubblica non di rado l’argomento è oggetto di scherno. Spesso le attenzioni si posano sulle belle atlete, oggetto di facili ironie. E i pregiudizi non riguardano solo l’Italia.

È di poche settimane fa la notizia della sospensione dal lavoro di due radiocronisti inglesi che si erano abbandonati a ironie di ogni sorta a proposito di una guardalinee, che durante una partita di calcio del campionato britannico, a loro avviso, non aveva colto il fuorigioco, perché è risaputo che le donne non ci capiscono nulla, suscitando vaste proteste espresse attraverso i social. Quella ragazza, come ha dimostrato la moviola, ha alzato la bandierina al momento giusto. Gli studi sul rapporto tra le donne e lo sport in Italia sono stati pochi e tardivi, pubblicati solo negli anni Ottanta e Novanta a opera di alcune ricercatrici come Marina Addis Saba, Rosella Isidori Frasca, Patrizia Dogliani, Patrizia Ferrara, Gigliola Gori, Angela Teja, e hanno prevalentemente riguardato la seconda decade del ventennio fascista. Per quanto interessanti e stimolanti queste opere pionieristiche non hanno tuttavia avuto un grande seguito, non hanno aperto un nuovo filone di studi, né le istituzioni sportive a vari livelli e i ministeri delle pari opportunità, che si sono succeduti nei diversi governi, hanno incentivato gli studi sul piano sociale e storico per colmare il vuoto che riguarda tutto il periodo che va dalla seconda metà del Novecento fino a oggi.

«La storia e la pratica dello sport femminile sono fatte anche, se non soprattutto, dai processi di trasformazione che hanno interessato il corpo della donna, come il coprirsi-scoprirsi progressivo, l’emergere di una fisicità da utilizzare ed esibire secondo canoni di comportamento e abbigliamento, sempre meno vincolati dal giudizio morale e dall’ambiguo sguardo maschile – afferma Maria Canella, docente all’università Statale di Milano e una delle curatrici del libro –. Il corpo sportivo femminile concorre, specie tra Otto e Novecento e in seguito fra le due guerre mondiali, ad abbattere tabù sessuali e convenzioni imposte dalla nozione di pudore, lotta contro i pregiudizi, gli stereotipi, assume un significato trasgressivo rispetto ai ruoli precostituiti». Attraverso i testi dei più accreditati storici dello sport il volume Donna e sport offre un’esauriente panoramica, che spazia sui diversi aspetti del fenomeno e sulle singole discipline declinate al femminile, dai quadri cronologici a quelli tematici: da “Le origini: dall’Unità al fasci- smo” (Carla Bonello, Elena Tonezzer, Maria Mercedes Palandri, Marco Impiglia, Sarah Morgan, Alessio Ponzio) a “Le pioniere” ( Vincenzo Pennone, Roberta Rodolfi, Marta Boneschi, Elio Trifari, Gustavo Pallicca); da “Le discipline” (Felice Fabrizio, Gherardo Bonini, Marco Martini, Sergio Giuntini, Luigi Saverio Battente, Elvis Lucchese, Silvia Cassamagnaghi) a “L’immagine della donna sportiva” (Luca Condini, Ivano Granata, Alberto Brambilla, Patrizia Foglia, Maria Canella), fino al tema, più interdisciplinare e attuale, “Tra emancipazione e discriminazione” (Eugenia Porro, Antonella Stelitano, Angela Magnanini, Vincenzo Santoleri, Matteo Lunardini).

A proposito di quest’ultimo tema il saggio di Antonella Stelitano, dimostra con dati alla mano quanta discriminazione sia ancora in atto nello sport italiano riguardo ai posti dirigenziali: in un secolo di storia del Coni solo Andreina Prestini, nel 2008-2009, è stata eletta presidente della Federazione italiana sport equestri (Fise). D’altronde i dati riportati nel volume, riguardo alla progressiva partecipazione femminile alle gare olimpiche la dice lunga sul percorso difficile e irto di difficoltà che le donne hanno dovuto superare: alle Olimpiadi del 1904 si ebbe lo 0,94% di presenza femminile nelle gare per passare al 4,39% (1924). Nel 1928 salirono a una punta del 9,38% per discendere all’8,32% a Berlino nel 1936. Solo ai Giochi olimpici del 1952 a Helsinki superano il muro del 10%, toccando il 10,56%, nel 1976, oltre vent’anni dopo, quello del 20%, con un 20,77%, e per superare la soglia importante del 33,98% si è dovuto attendere Atlanta 1996. Di notevole interesse i saggi di Elena Tonezzer sullo sport e le donne nelle aree dell’irredentismo, quelli di di Angela Magnanini su “Donne con disabilità e sport”: la libertà di mettersi in gioco e di Mercedes Palandri su “Donna, sport e Chiesa”, che scrive: «Oggi la Chiesa vuole consegnare allo sport una dignità rinnovata che abbia la capacità di produrre e potenziare alcune esigenze umane profonde come il rispetto reciproco per una libertà che non rimanga vuota, ma finalizzata in funzione di uno scopo. Essa approva, incoraggia e sostiene uno sport, praticato da uomini e donne, che ponga al centro la persona e concorra alla progressiva acquisizione di competenze trasversali, non solamente tecniche, cioè uno sport che comporti lo sviluppo di tutte quelle qualità e virtù implicite alla pratica sportiva stessa e che possa favorire l’edificazione di una nuova civiltà fondata sulla fraternità sincera, sulla solidarietà e sulla pace. Oggi la donna cattolica può dire di aver definitivamente conquistato un rapporto positivo con lo sport, strumento di formazione e di crescita in una società complessa come quella moderna, in continuo divenire ». Segnaliamo, inoltre, il contributo di Felice Fabrizio sull’equitazione femminile e quello di Alberto Brambilla su donne, sport e Scritture.



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