A questo punto, visti i risultati delle elezioni, potrebbe pure essere che qualcosa del programma elettorale del Movimento Cinque Stelle vada davvero in porto. Il tanto sbandierato reddito di cittadinanza, per esempio: era una delle proposte programmatiche su cui la forza politica di Luigi Di Maio ha puntato di più.

CHE COS’È IL REDDITO DI CITTADINANZA.

I Cinque Stelle pensano a  un sussidio fino a 780 euro al mese (9.360 all’anno) non solo per chi, maggiorenne, è completamente senza reddito, ma anche per chi ha un lavoro con uno stipendio inferiore a questa cifra: per loro sarebbe prevista un’integrazione fino appunto ad arrivare a quei 780 euro, considerati la soglia minima per non cadere in povertà.

La proposta, formulata con un disegno di legge (1148 nel 2013), prevede anche un’ulteriore modulazione: arriverebbe a 1.014 euro per un genitore solo con un figlio minore e a 1.638 euro per una coppia con due figli minori.
Per ottenere questo «sostegno» ci sono però alcune condizioni: bisogna per esempio dimostrare la reale volontà di trovare un impiego, bisogna offrire la propria disponibilità per progetti comunali utili alla collettività (8 ore settimanali) e bisogna essere disposti a frequentare percorsi per la qualifica o la riqualificazione professionale. E così l’assegno verrebbe revocato se il candidato «sostiene più di tre colloqui con palese volontà di ottenere un esito negativo» o se «rifiuta la terza offerta di lavoro consecutiva». Ma come si determina se quella che viene fatta è un’offerta accettabile o meno? I 5 Stelle considerano un’offerta congrua «quando è attinente alle competenze segnalate dal beneficiario in fase di registrazione presso il centro per l’impiego, la retribuzione oraria è uguale o superiore all’80 per cento rispetto alle mansioni di provenienza o a quanto previsto dai contratti nazionali di riferimento, e quando il luogo di lavoro è situato nel raggio di 50 chilometri dalla residenza ed è raggiungibile entro ottanta minuti con i mezzi pubblici».

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La proposta del Movimento 5 Stelle, secondo i loro calcoli, peserebbe 16 miliardi di euro per aiutare un totale di 9 milioni di persone, ma, ad oggi, non è ancora stato chiarito dettagliatamente da dove dovrebbero saltare fuori questi soldi. Il Movimento ha più volte parlato di aumentare le tasse su banche e assicurazioni, ma poi si è fatto riferimento a una riduzione delle spesa non così specificata: si dice solo che i soldi non verrebbero da sanità, scuola o nuove tasse. In realtà il presidente dell’INPS Tito Boeri, in un’audizione in Commissione Lavoro al Senato, avrebbe rifatto i calcoli e ha parlato di costi vicini ai 30 miliardi. I Penta Stellati però insistono: con lo stop alle pensioni d’oro, ai vitalizi e con una spending review come si deve, si trovano tranquillamente 50 miliardi ogni anno. Speriamo abbiano ragione.

L’idea del progetto è nobile, ora però bisogna vedere la fattibilità. I Cinque Stelle non l’hanno proposta come una bella storia da raccontare ai bambini («E poi un giorno la povertà svanì»), ma come un punto sul quale basare la loro promessa elettorale. Adesso tocca a loro e speriamo, per il bene di tutti, che abbiano ragione.

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