Da qualche mese il New York Times ha una gender editor: Jessica Bennett.
Tradotto in italiano, il suo titolo potrebbe essere “Responsabile sezione genere”, ma il giornale non avrà delle pagine dedicate ai temi femminili, come avveniva 50 anni fa, quando sul New York Times c’erano le pagine delle donne. Jessica spiega che il suo lavoro consisterà nell’influenzare con una prospettiva di genere tutte le sezioni del giornale: una editor “girovaga”. Ma serve davvero una editor di genere e, soprattutto, che cosa vuol dire?

1. Avere una editor dedicata al genere (e qui pare sia sottinteso “femminile”) vuol forse dire che l’altro 99% di giornalisti parla invece “al maschile”?
Secondo Jessica è inequivocabilmente così, e non per cattiveria:

“La realtà è che i media sono da sempre stati creati da e per gli uomini bianchi. E’ un fatto. Non credo che possa essere visto come “partigiano” o non neutrale il fatto di dire che il mondo in cui viviamo non è più quello – e la nostra copertura deve riflettere la nuova realtà”.

2. Dire genere equivale a dire femminile? E il maschile che cos’è, un “non genere?
E’ un po’ come dire che l’8 marzo è la “festa della donna” perché il cosiddetto default – gli altri 364 giorni ufficialmente non festeggiati – sono da considerarsi implicitamente la festa dell’uomo. Sono le feste “dedicate a”, oppure le specializzazioni, come il caso dell’editor di genere, a metterci di fronte al fatto che viviamo dentro a una serie di assunti non detti che definiscono ciò che è standard: il genere maschile, il colore bianco della pelle, la non disabilità, e via così. Infatti l’ambizione di Jessica è che non ci sia più bisogno di lei perché gli articoli nel NYT arriveranno a riflettere in modo naturale anche una visione non maschile, bianca, occidentale, etero, non disabile (etc) del mondo.

3. Jessica ha scritto un libro sul tema del femminile: “Feminist Fight Club” ed è una giornalista qualificata. Sa di cosa si parla quando si parla di genere. E annota: stranamente, quando si tratta di questioni di genere, tutti hanno un’opinione, tutti hanno qualcosa da dire, ma è raro che si senta il bisogno di un serio approccio giornalistico al tema. Succede lo stesso qui da noi: se il tema sono le donne va bene tutto, soprattutto che siano le donne stesse a parlare. Non serve particolarmente che, oltre a essere donne, abbiano competenze e conoscenze specifiche per poter commentare sul tema. Ma il dibattito ha un bisogno disperato di salire di livello, soprattutto in Italia. Ben venga quindi chi lo fa con conoscenza e attenzione, e magari anche per professione.






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