Qualche ricerca simile era già saltata fuori. E si sapeva che stringersi le mani e in generale toccarsi fosse un gesto universalmente di sollievo, dalle scimmie che si accarezzano quando soffrono agli esseri umani. Quella della sede di Boulder dell’università del Colorado, guidata da Pavel Goldstein, sembra in effetti spingersi oltre e certificare che tenersi per mano fra innamorati possa aiutare a superare il dolore. Non solo, come dire, per suggestione ma, appunto, secondo verifiche scientifiche.

L’effetto, ha spiegato il Times che ha riportato per primo la ricerca, sarebbe sufficientemente forte da alleviare il dolore di un pezzo di metallo rovente applicato sull’avambraccio dei volontari. Pare funzionare specialmente nelle donne, anche perché su di loro è stato realizzato l’esperimento.

Il contatto fra innamorati, dunque, sarebbe essenziale per trasmettersi l’empatia in particolare sotto forma di onde cerebrali, che in qualche modo si sincronizzerebbero. Aiutando così quello che soffre a patire di meno. L’effetto mano nella mano apparirebbe più profondo all’aumentare dell’affetto e, in generale, dell’innamoramento. In effetti i ricercatori statunitensi hanno notato che risultava più potente nelle coppie che dimostravano pattern di attività cerebrali più strettamente allineati.

Goldstein e la sua squadra di neuroscienziati, che credono che l’effetto sia innescato dal rilascio di ormoni legati a loro volta alla sensazione di sentirsi compresi nel dolore, hanno osservato per la prima volta questa sorta di «accoppiamento cerebrale» in risposta al dolore attraverso 22 coppie eterosessuali fra i 23 e i 32 anni. Le donne venivano brevemente toccate con un dispositivo simile a un saldatore mentre i loro partner stringevano loro la mano o, come gruppo di verifica, si trovavano seduti a breve distanza ma senza alcun contatto. Ovviamente tenere la mano ha ridotto l’intensità del dolore in media del 34%. Ma ha anche incrementato il numero delle connessioni fra i cervelli della coppia da 5 a 22, coinvolgendo in particolare aree cerebrali dedicate alla cooperazione e ai sensi.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Pnas, ha sollevato ovviamente anche qualche opposizione. Il Times riporta per esempio il parere non troppo convinto di Flavia Mancini del Computational and Biological Learning Lab dell’università di Cambridge, secondo la quale occorrerebbe capire se funzioni sia con dolori brevi e profondi che con quelli cronici: «Ciò che conta davvero è la connessione sociale – ha spiegato al quotidiano londinese – non dovremmo lasciare gli altri soffrire nell’isolamento, con o senza un partner affianco». Anche gli effetti sugli uomini, oltre all’approfondimento dei circuiti cerebrali coinvolti, andrebbero approfonditi visto che non sono stati testati e precedenti ricerche sembrerebbero dimostrare che possano essere meno ricettivi a questo genere di situazioni.

Nella gallery 10 abitudini delle coppie felici.



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