L’uomo più odiato da Donald Trump indossa mocassini senza calze anche a febbraio. Cucina solo cibo italiano e quando gli domandano se il presidente americano assomigli a Silvio Berlusconi, risponde con un ghigno: «Magari». Con Fuoco e Furia, best seller mondiale appena arrivato in Italia con Rizzoli, Michael Wolff non ha solo attirato l’ira della Casa Bianca, ma è riuscito nell’impresa di vendere due milioni di copie in poche settimane: un miracolo per un libro che parla di politica americana e lotte intestine nello Studio Ovale.

Anche per questo, durante il tour europeo di promozione, il giornalista sessantaquattrenne viene accolto dai colleghi italiani più come una rockstar che come un esperto di media e di uomini potenti. Se è vero che la presidenza Trump resta uno dei misteri del nostro tempo, Wolff è lo spioncino per osservarla nelle stanze segrete, «la mosca sul muro» in grado di soddisfare il voyeurismo di lettori che considerano The Donald più una questione di celebrity culture che di politica.

L’autore Michael Wolff nella sua casa di New York in uno scatto del 2011 (Evan Sung/The New York Times)

Nato nel New Jersey degli anni Cinquanta, padre pubblicitario e madre giornalista di un quotidiano locale, ottime scuole e molta ambizione, Wolff si fa strada occupandosi di media e di quella che diventerà la sua ossessione: gli uomini d’affari che controllano il mondo dalle scrivanie in ebano di Manhattan.
Alla fine degli anni Novanta è «il re di New York» – come lo definisce l’amico e rivale del New York Times David Carr –, confidente delle persone che contano, frequentatore dei party più esclusivi, king maker della classifica di successo dell’isola. «Sono i nemici a definirti più degli amici», dice mentre guarda fuori dal finestrino, in corsa verso l’ennesima intervista. E i suoi, numerosi, affermano che a spingerlo verso la popolarità siano stati gli editoriali al veleno sul mondo dei media: gli assicurano l’attenzione (e preoccupazione) dei businessman e un posto fisso da Michael’s. È al tavolo numero cinque del celebre ristorante di Midtown che Wolff ascolta accuse, individua tic, raccoglie frustrazioni e aspirazioni dei manager e li trasforma in articoli brillanti per le riviste più autorevoli d’America.

Comincia con i pesci piccoli delle banche e della nascente net economy, ma sono quelli grossi ad appassionarlo: il finanziere di Wall Street Steven Rattner (sostenne che Wolff spedì il proprio figlio di sette anni a giocare col suo per ottenere informazioni), l’ex editore del «New York Times» Arthur Sulzberger, Sumner Redstone di Viacom. Fino al più grosso di tutti: il magnate dell’editoria Rupert Murdoch, al quale nel 2008 Wolff dedica The Man Who Owns the News, libro basato su cinquanta ore di conversazione con il tycoon australiano, che emerge come un maniaco del controllo ossessionato dai possibili tradimenti della (ex) moglie Wendi Deng.

Murdoch non gradisce la biografia, e per vendicarsi sbatte in prima pagina sul New York Post la relazione tra Wolff – sposato da vent’anni con l’avvocato Alison Anthoine da cui ha avuto tre figli – e la giovane stagista del «New York Magazine» Victoria Floethe. «Quando il presidente degli Stati Uniti ti attacca pubblicamente fa un certo effetto», confessa al bar dell’Hotel de Russie di Roma mentre continua a sorseggiare acqua nonostante l’orario da aperitivo – ma non è niente in confronto al sangue sparso da Murdoch nella mia vita».

Victoria – che nel giro di poche ore passò dall’essere per sua stessa ammissione «una ragazza senza alcuna reputazione a New York a una che aveva perso la sua reputazione» – è diventata la compagna di Michael. Lo segue sorridente nel tour europeo, immortalando con decine di foto e video i suoi momenti pubblici e le strette di mano. Insieme hanno una bambina di 2 anni, Louise.«Hanno distrutto la mia vita», continua il giornalista, «ma non ho mai pensato, neanche per un attimo, di essere vittima della cultura moralista e puritana di New York: ero solo vittima dell’ira di Murdoch».
Nel precipizio Wolff trova un tesoro: «Quella bastardata fa di me una celebrità. Perché mai la vita sentimentale di un giornalista doveva stare sulla prima pagina di un quotidiano? Voleva annientarmi, ma agli occhi degli altri mi ha reso molto più potente di quello che ero in realtà».

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La sua fama valica rapidamente i confini di Manhattan: odiato o amato, Michael Wolff non è più solo «il re di New York» che indossa camice di sartoria inglese e cravatte Charvet, ma la penna più famosa dell’auto-referenziale mondo dei media.
Ed è qui che arrivano gli interrogativi. Come ha fatto un uomo così noto e controverso a infilarsi nel cuore del potere americano senza suscitare sospetti e allarmi? Dalla settimana dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca, per sette mesi, Wolff è ospite fisso della West Wing – «l’importante era assicurarsi un’intervista al giorno anche con l’ultimo degli impiegati» – e, sfruttando il caos di un sistema poroso e conflittuale, diventa un confessore per delusi e rancorosi dell’amministrazione.

«Intervistai Trump nell’agosto del 2016 per l’”Hollywood Reporter”», racconta ai giornalisti che tra Roma, Torino e Milano gli mostrano la stessa perplessità, «e seppi dalla sua assistente che aveva apprezzato la copertina della rivista, probabilmente perché aveva badato solo alla foto che lo ritraeva come un condottiero. Dopo la vittoria, gli ho detto che volevo scrivere un saggio sui primi mesi dell’amministrazione, e ho ricevuto un ok di massima: i libri per lui sono oggetti misteriosi e, soprattutto, inutili. Quindi innocui».

Un’altra figura chiave che dà a Wolff il via libera alla Casa Bianca è Steve Bannon, il temibile stratega della campagna elettorale di Trump, esponente della «destra alternativa», allontanato da Washington nell’agosto del 2017 a causa delle sue posizioni estremiste: «Bannon era l’unico ad avere una visione politica in un branco di incompetenti e improvvisati: voleva creare un movimento globale di destra populista e nazionalista da Washington fino a Matteo Salvini», spiega Wolff, curioso di conoscere il destino elettorale del leader della Lega.

La cover del libro edito da Rizzoli (pagg.374, 22 euro, traduzione di E.Cantoni e I.Annoni)

Prima della sua elezione, Trump non aveva mai suscitato l’interesse del giornalista: «Quando è diventato un soggetto interessante per i media, lo è diventato anche per me». Democratico e liberal, il columnist trovava il miliardario goffo e pieno di debiti «l’opposto di interessante». Come molti, non aveva mai creduto che potesse vincere le elezioni: «Mi preparavo a una noiosa presidenza Clinton. L’8 novembre 2016 guardavo l’election night in tv dal divano di casa, e quando, poco dopo le 20, è iniziato a essere chiaro quello che stava per succedere, il mio primo pensiero è stato: adesso mi tocca lavorare».

Dietro i fasti dei due milioni di copie vendute, dell’attenzione mondiale, dell’accoglienza da guru nelle redazioni, c’è l’ombra di una fatica mostruosa. «Mi sono chiesto se alla mia età, con una bambina di due anni da crescere, potessi davvero mettermi in un’impresa del genere».
Gli scrupoli non si riferiscono solo alla difficoltà del lavoro, ma anche alla reazione che avrebbe scatenato. «Ho da sempre un’inclinazione naturale a dire ciò che non andrebbe detto. Anche su Trump, i commentatori fanno molti giri di parole, ma non hanno il coraggio di definirlo per quello che è: un idiota».
Da quando Fuoco e Furia è uscito negli Stati Uniti, sono tornate a galla le vecchie accuse sul metodo Wolff: conversazioni confidenziali trasformate in dichiarazioni ufficiali, contesti esagerati, dettagli inventati.

«Io sono uno scrittore, e penso che diventare amici delle fonti, scavalcare il limite tra confidenziale e ufficiale sia esattamente quello che va fatto e che nessuno dei giornalisti pigri e sottopagati fa più».
Se Maggie Haberman, la stimata corrispondente dalla Casa Bianca del «New York Times», liquida il libro di Wolff come un’operazione più vicina al gossip che al giornalismo, lui risponde così: «Il problema di Maggie è che è molto scarsa nella scrittura, e vuole convincere gli altri che c’è solo un modo per raccontare Trump. Ma questa è la storia delle storie: Washington e i giornalisti politici credono di possederla di diritto, non è così».

Racconta che, recentemente, un giornalista della Cnn ha commentato Fuoco e Furia utilizzando il metro dell’etica: «“Dato che l’amministrazione Trump non ha alcun parametro o valore”, ha detto il collega, “allora dobbiamo averli noi”. Avrei voluto chiedergli: chi sono noi? Io non sono come te o come voi».
E allora chi è Michael Wolff? «Sono uno scrittore, e l’unico free­lance davvero di successo negli Stati Uniti», risponde spalancando gli occhi color ghiaccio. Se vi sembra un provocatore, provate a chiedere di lui nei ristoranti dell’Upper East Side, dove spesso veniva invitato a lasciare il locale per le sue battute acide e sprezzanti a proprietari e dipendenti.

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Una sera di qualche anno fa, a casa di Massimo Gaggi, corrispondente da New York del «Corriere della Sera», trascorse la cena a sfidare per il suo atteggiamento «professorale e so-tutto-io» il famoso politologo Ian Bremmer. La situazione stava degenerando: a risollevarla ci pensò il terzo ospite, che catturò l’attenzione di Wolff per il numero di follower su Twitter, all’epoca più alto di quello del Papa. Era Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti. «Io e Victoria ci eravamo chiesti che lavoro facesse uno con tutti quei tatuaggi, ma nessuno dei due aveva fatto domande». Coincidenza vuole che, durante i giorni italiani di Wolff, Jovanotti è in concerto a Milano e la giovane fidanzata rinuncerebbe volentieri a una cena ufficiale per ascoltarlo dal vivo. «Non vado ai concerti da molti anni, non credo di poter ricominciare stasera», taglia corto Wolff.

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C’è solo un argomento su cui preferisce non esprimere giudizi definitivi ed è il movimento #MeToo: «Con le mie figlie non si parla di altro, credo sia anche uno scontro generazionale, ma penso che la cosa più saggia sia non dire nulla». Lui, del resto, conosce molto bene Harvey Weinstein. Quando nel 2003 si mise in testa di comprare il «New York Magazine», chiese al produttore, che sarebbe stato travolto dalla scandalo delle molestie, di partecipare all’investimento. Il tentativo fallì e la rivista fu venduta a Bruce Wasserstein per 55 milioni di dollari. «Harvey merita quello che gli sta accadendo», spiega, «non era miserabile solo con le donne: lo era con tutti. Utilizzava le persone e, quando non servivano più, le buttava via».

Anche da Michael’s l’argomento Weinstein è stato liquidato in fretta: «Sarà perché i clienti sono tutti vecchi, sempre gli stessi da decenni. Non c’è stato ricambio generazionale». Non a caso, un altro ristorante è entrato nel suo cuore: si tratta di Nix a Union Square, gestito dall’ex direttore editoriale di Condé Nast, James Truman. «James ha apparentemente cambiato vita, ma in realtà tratta il cibo come le riviste: l’antipasto è la copertina, i capitoli sono i piatti, il retro del libro è il dessert».

Gli chiediamo quale sarebbe il suo piano B: «Volevo diventare un magnate dei media, ma non ci sono mai riuscito. Sono già al mio piano B».



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