Uno dei luoghi comuni più diffusi nel sistema internazionale della moda è la prevedibilità delle sfilate milanesi, in termini di offerta ma soprattutto di spettacolo. Ovvietà dimenticabili. Milano è una città che nasconde bene i propri tesori, proteggendoli da sguardi indiscreti. Ogni tanto la moda ne rivela qualcuno, e la fashion week ne giova. Sta accadendo in questi giorni: il calendario, nonostante la congestione e qualche ingarbugliamento logistico che Camera Moda e maison dovranno al più presto risolvere di comune accordo, si arricchisce di benvenute sorprese che hanno un effetto benefico su città e istituzioni culturali. L’utilizzo di luoghi di interesse storico-artistico, infatti, comporta sovente laute donazioni a favore degli enti preposti, il cui utilizzo assicura sopravvivenza e conservazione, traducendosi in bene comune.

È il caso di Giada, il marchio italiano di proprietà del gruppo cinese Red Stone, che da qualche stagione ha stretto un accordo di collaboraziome con l’Accademia di Brera. La scorsa stagione teatro dello show sono state le sale auguste della Pinacoteca, questa invece una delle due stanze di lettura, non meno splendenti ma di rado accessibili, della Biblioteca Braidense. Il contrasto tra l’opulenza carica di memorie del luogo e la pulizia sofisticata della collezione, disegnata da Gabriele Colangelo – una teoria di cappotti, mantelli, suit e gonne dai volumi sinuosi e i tessuti sopraffini – è magnifica, e contestualizza in maniera immediata le aspirazioni artistiche del marchio, il cui portato di elegante milanesità è sempre suggerito con sottigliezza atmosferica invece che sfacciatamente dichiarato.

L’idea del palazzo come epicentro creativo e luogo in cui la storia incontra il presente è fondamentale per Emilio Pucci. Del resto, tutto ebbe inizio in un palazzo fiorentino con quattrocento anni di storia, e anche adesso che il marchio fa parte del portafoglio Lvmh ed è idealmente proiettato verso il futuro, costruito guardando però sempre all’archivio, quel dna è importante. La scelta di Palazzo Litta per la sfilata è significativa: per gli ambienti e, ancor di più, per i colori vivaci delle tappezzerie nelle diverse stanze. Queste naturalmente fanno solo da cornice. Quel che conta sono gli abiti e lì la maison al momento sembra aver perso concentrazione. Il problema non è tanto la mancanza di un direttore creativo in sé – il team stilistico è di tutto rispetto – quanto piuttosto l’idea di una direzione da seguire. I cenni a Marilyn e gli echi anni Cinquanta sono gradevoli, ma sembrano una involuzione rispetto al clima generale. I grossi piumini da sci ricoperti di psichedelie Pucci salvano, ma c’è da affinare il tiro, o si rischia che Pucci perda rilevanza.

In tema di luoghi milanesi che sorprendono e rinfrancano, la sempre romantica Luisa Beccaria sfila alla Palazzina Appiani, gioiellino napoleonico affacciato sull’Arena. L’eleganza neoclassica delle stanze è lo sfondo perfetto per creazioni eteree e romantiche, fuori dal tempo come da copione ma sempre gradevoli. Gli ambienti dalle ampie cubature brutaliste delle Cavallerizze ospitano Les Copains, ma qui il focus è sugli abiti, non sul luogo. La maison è nota per la maglieria, ed è lì che eccelle. Questa stagione, l’atmosfera è anni Sessanta, pensando alla mitica Capucine.

Lo stanzone bianco della Permanente, in fine, è il luogo neutro scelto da Erika Cavallini per ambientare la sua personale idea di miseria e nobiltà. In costante ascesa come autrice, Cavallini immagina un guardaroba con una storia, fatto di abiti custoditi, accuditi e all’occorrenza rammendati con i gioielli di famiglia. Le premesse sono liriche e toccanti, il risultato è alto. Con un ma: l’eccesso di omaggi a Martin Margiela, seppur dichiarato, conferisce alla prova un tono derivativo, ed è un peccato.

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