Una molestia sessuale non è altro che un ricatto operato da qualcuno che, trovandosi in una posizione di potere sceglie deliberatamente di esercitare questa sua forza per ottenere qualcosa che, diversamente, non potrebbe avere. Sottrarsi a una molestia sessuale, se ne discute da mesi, non è sempre facile, non è immediato e, in certi casi, potrebbe perfino essere impossibile. In altri la ribellione, il ‘no’ piantato sulla faccia del molestatore, ha un prezzo altissimo, il più alto possibile: la vita.

Jessica Valentina Faoro aveva 19 anni di vita faticosa: case famiglia (che non sono e non potranno mai essere famiglia), affidi andati più o meno bene, due genitori ai quali era stata tolta quando era ancora una bambina. Jessica a 19 anni era sola, di quella solitudine che si circonda di amici e messaggi su Whatsapp ma che non può contare sulla presenza rassicurante di un adulto che ti protegge standosene un passo indietro, pronto a puntellarti il sedere se stai per cadere.

Jessica aveva una figlia che, come da prevedibile copione, non viveva con lei. Per averla, per trascorrere decentemente il periodo della gravidanza e quello appena successivo, Jessica era stata accolta in una comunità per ragazze madri. Un’istituzione da memorie del Ventennio, triste nel suo stesso esistere, ma – a quanto pare – ancora necessaria. Della bambina di questa ragazza non si sa niente a parte che le hanno ammazzato la mamma e ora rientrerà nei registri degli adottabili e chissà se mai qualcuno le racconterà che aveva per mamma una giovane donna coraggiosa.

Che Jessica, è stata un’eroina prima ancora di essere diventata la vittima di un maschio perverso e impudente, un maschio che, nel suo presente, era l’assicurazione di un posto letto e di un pasto caldo (tradotto: il minimo per la sopravvivenza in un Paese civile) e alle cui pretese sessuali si è ribellata. Non importa che quell’uomo fosse lombrosianamente ripugnante, non importa che avesse 20 anni più di lei, non importa che fosse quanto di più lontano una ragazzina possa pensare sia il principe azzurro. Importa che a fronte di un implicito ricatto sessuale in cui la posta in gioco erano un divano letto e un piatto di minestra, necessari a vivere, lei ha detto: no.

Difficile immaginare dove Jessica, nella situazione di assoluta precarietà esistenziale in cui si trovava, abbia scovato il coraggio. Difficile, se si pensa che il contesto culturale in cui è cresciuta, suo malgrado, non è stato certo quello di “Memorie di una ragazza per bene” di Simone de Beauvoir. Difficile, ma, evidentemente, possibile.

L’epilogo feroce che l’ha lasciata per terra con dieci coltellate dovrebbe farne un simbolo di quanto coraggio sia necessario a ribellarsi. Eppure di Jessica si parla come dell’ennesima vittima di un porco qualunque. E non è giusto. Perché questa ragazzina che dalla vita non ha avuto altro che delusioni e fregature, merita qualcosa di più di un’etichetta che ne fa un numero nella statistica dei feminicidi. Merita il rispetto che si deve agli eroi tragici, a quelli che restano sul campo della battaglia dopo avere lottato per vincere un’impossibile guerra.

Non possiamo fare altro che questo per lei, ma almeno questo glielo dobbiamo, dopo averla lasciata sola per tutta la vita, a maggior ragione quando è diventata grande e dunque, legalmente, in grado di badare a se stessa. Perché a 18 anni, è vero che puoi votare, ma non è altrettanto vero che hai tutti gli strumenti necessari per vivere senza cacciarti nei guai. Che magari mica te li cerchi tu i guai, alla fine quello che cerchi quando sei sempre stata da sola, e sei troppo giovane per riconoscere il male, è solo qualcuno di cui fidarti, qualcuno a cui stare a cuore. Non parlo di un fidanzato ragazzino, parlo di qualcuno che provi ad aiutarti a crescere spiegandoti cosa è giusto e cosa non lo è, di chi ti puoi fidare e di chi no, come funzionano le cose nel mondo degli adulti nel quale hai preso a muoverti con la goffaggine di una bambina che prova a essere donna.

Jessica ha provato a cavarsela da sola, lo ha fatto seguendo un codice etico che si era autodata e che le impediva di andare a letto con qualcuno che non le piacesse, fosse anche stato, quel qualcuno, il suo ‘presunto’ salvatore.

Jessica, morendo, ha mostrato al mondo che discute intorno alla necessità e alla difficoltà del coraggio di sottrarsi alle molestie sessuali resta una questione di lana caprina. Ha dimostrato che chiunque può farlo. Nessuno le ha detto che doveva farlo, che era moralmente giusto farlo. Lei ha scelto la strada giusta, ma non è una vittima, tutt’al più è una martire alla quale non dobbiamo compassione, ma rispetto.






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