Barack «riflessivo» e Michelle «glam», i ritratti presidenziali degli Obama

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Il New York Times sceglie per definire il ritratto di lui una parola latina, gravitas, e l’assolutamente anglosassone glam per lei. Lui è in posa da pensatore (non come quello di Rodin, ma sulla scia di certa ritrattistica classica con potente su poltrona), lei è assolutamente cool, sempre per rimanere nell’inglese della terminologia di chi è padrone del tempo che vive. Lui e lei sono Barack e Michelle Obama, penultima coppia presidenziale americana i cui ritratti ufficiali sono stato svelati questa settimana.

È tradizione che i presidenti uscito dalla Casa Bianca entrino nella National Portrait Gallery dello Smithsonian Museum diventano opere d’arte di quella Washington in cui hanno gli anni della politica.

La presentazione dei ritratti è di solito evento di routine, ma per gli Obama si fa eccezione. Sono la prima coppia afroamericana, alla presidenza come nella collezione dei ritratti. A ritrarli sono poi stati due artisti contemporanei. Neri. Entrambi hanno già toccato nelle loro opere il tema della razza.

Kehinde Wiley, amico di Chelsea Clinton, classe 1977, originario di Los Angeles ma ora di casa a Brooklyn, è il più affermato tra i due. Suo il compito di ritrarre l’ex presidente Obama. Come ha raccontato Vanity Fair, è noto soprattutto per i ritratti di star dell’hip hop, del calcio e dello star system contemporaneo immortalati nelle pose dell’arte classica (da Ecce Homo di Van Dick al Lamento sul Cristo morto di Mantegna).

Amy Sherald, 44 anni, originaria di Baltimora, dipinge ritratti coloratissimi, su sfondi monocromatici. Così ha deciso di ritrarre Michelle Obama, in bianco e nero, con insert di colore nel vestito su sfondo azzurro. È la prima donna vincitrice della Outwin Boochever Portrait Competition ospitata proprio dallo Smithsonian nel 2016.

Obama non sorride. Pensa. Braccia conserte e sguardo diritto. Serio. È seduta su una sedia elegante, ma non un trono, e soprattutto ha uno sfondo che vuole dire più cose di quelle che si immaginano. È un campo di fiori che rappresenta le terre del presidente. I gigli blu sono l’Africa del padre keniano, i gelsomini le Hawaii in cui è cresciuto, il crisantemo è il fiore di Chicago, la città della sua vita politica e della moglie.

Michelle è realistica nel tratto, astratta nei colori. Come nell’abitudine dell’artista che la ritrae la pelle sui toni del grigio e geometrie nel vestito. Meno realistica di lui e meno rispondente alla realtà nello sguardo, quasi una modella. Cosa che la Firts Lady non è stata mai, in nessun senso.

La collezione dello Smithsonian è aperta solo dagli anni Sessanta e i ritratti (sono raccolti qui anche quelli non nati con la raccolta presidenziale) sono molto classici, almeno fino alla presidenza Kennedy. Dopo cominciano i senza cravatta. Lo è Obama, ma anche Ronald Reagan e George W. Bush. C’è un JFK quasi rarefatto nei contorni e un Clinton mosaicato a pixel. A Barack è andata meglio.

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