Dopo tutti i discorsi pronunciati dai leader del mondo nel World Economic Forum di Davos e tutte le parole scritte a valle del summit, rimangono i numeri che raccontano la situazione reale del pianeta. E non sono numeri incoraggianti. Ne bastano due o tre per farsi un’idea della situazione.

La disuguaglianza aumenta: la ricchezza mondiale è in mano all’1% della popolazione, che si arricchisce sempre di più. Secondo l’ultimo rapporto Oxfam, l’82% dell’incremento di ricchezza netto registrato nel mondo tra marzo 2016 e marzo 2017 è finito nelle loro tasche. E sappiamo che denaro significa potere.

Non stupisce quindi che a fronte di un costante aumento di profitti di azionisti e top manager corrisponda un peggioramento costante delle retribuzione dei lavoratori, con l’acuirsi di discriminazioni soprattutto nei confronti di alcune componenti della popolazione, donne in primis. E’ ciò che evidenzia anche il XXII Rapporto sull’economia globale e l’Italia realizzato dal Centro Einaudi e Ubi Banca, in cui si legge che: «La crescita della produttività determinata dalla rivoluzione digitale non è stata seguita da un adeguato aumento delle retribuzioni, provocando una perdita di potere d’acquisto a un aumento delle disuguaglianze salariali ai danni soprattutto del ceto medio».

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In discussione c’è il modo con cui è stata gestita – o non gestita – la globalizzazione dei capitali e del lavoro. E, di conseguenza, le modalità con cui le organizzazioni hanno cavalcato – o cercato di cavalcare – la competizione sotto pressioni sempre più forti e cambiamenti accelerati dalla tecnologia. Che la globalizzazione vada reindirizzata nell’interesse della società è indubbio, ma come non è chiaro. Secondo l’economista turco Dani Rodrick, che insegna ad Harvard, è necessario un riequilibrio democratico, ma “se le élite non riusciranno a rispondere adeguatamente ai contraccolpi della globalizzazione, questo alimenterà sempre più il populismo e il protezionismo”.

Il punto sta proprio nella classe dirigente – politica ed economica -, che negli Usa come in tutti i paesi occidentali ha guardato il mondo attraverso una sola lente, quella della cultura dominate, ormai inadeguata perché incapace di comprendere la complessità dei problemi socio-economici dell’era digitale e dell’impatto sugli individui, a partire dai giovani. Forse anche per questo l’allontanamento delle nuove generazioni dalla politica, ma anche da un mondo del lavoro in cui non si riconoscono, è controbilanciata da una richiesta di ben-essere e felicità mai vista prima. Ha fatto scalpore il successo del corso avviato il 12 gennaio alla Yale University della psicologa Laurie Santos dal titolo “Psychology and the Good Life”: 1200 partecipanti, circa un quarto degli studenti dell’università iscritti al triennio. Un record nei 316 anni di storia di Yale.

Per gestire problemi complessi sono necessarie competenze nuove, o meglio un insieme di competenze e intelligenze sistemiche, da attivare in modo flessibile in base al contesto. Per questo è particolarmente interessante il master messo a punto dall’Università Cattolica del Sacro Cuore Competenze filosofiche per le decisioni economiche (COM.FIL.DEC), che coglie un’esigenza sempre più forte da parte delle aziende private e non. Nell’era digitale, le organizzazioni vincenti si basano su modelli organizzativi flessibili, dove si lavora per team multidisciplinari in funzione degli obiettivi, con molta progettualità, autonomia e responsabilizzazione. E sono guidate da un forte proposito evolutivo, capace di coinvolgere e motivare le persone, dando loro lo spazio di essere oltre alla dimensione del fare.

 

 

Ciò implica che le persone sappiano come pensare, come sviluppare un pensiero critico e come strutturarlo, e quindi competenze logiche, etiche, economiche e linguistiche da abbinare a competenze di carattere manageriale, quantitativo, di processo e di progetto. Ecco perché il master, che parte il 19 febbraio (iscrizioni aperte sino al 12 febbraio), nasce dal connubio della facoltà di Lettere e Filosofia, rappresentata da Massimo Marassi, direttore del master e docente di Filosofia teoretica, e dalla facoltà di Economia grazie a Sebastiano Nerozzi, docente di Storia del Pensiero Economico e Storia d’Impresa e vice direttore del master. Un percorso sfidante per chi vuole diventare un leader del futuro, che ha già riscontrato l’interesse di oltre 20 studenti e di diverse aziende partner.






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