Cosa succede quando ti dicono che non hai più tempo? Quando ti dicono che il tuo desiderio di diventare mamma, di mettere al mondo una nuova parte di te (magari migliore) sta avvizzendo più o meno assieme alle tue ovaie?

Succede che ti devi sedere un momento e tirare un respiro lungo e appoggiare le mani sulle ginocchia e chiudere gli occhi. Per un attimo almeno: giusto il tempo che serve per ripassare mentalmente tutto quello che pensavi sarebbe successo nella tua vita, che davi anche un po’ per scontato, e che non si è realizzato. Per mille ragioni o anche per nessuna. Per fretta, incuria, o anche per troppa calma e superficialità.

Succede che, a occhi chiusi e col respiro tranquillo, ripensi agli anni in cui avresti potuto ma non lo hai voluto. Ripensi agli anni in cui c’erano altre priorità: non ultima (anzi proprio prima) con chi farlo questo figlio? Ripensi a quando correvi senza pensare che ogni corsa è un secondo in meno verso il traguardo: sia esso un figlio, o una famiglia o, molto naturalmente e banalmente, quei six feet under che attendono tutti con pacata democrazia.

E per un pochino ti viene il dubbio di non avere fatto abbastanza, di avere buttato via i giorni, le ore, i minuti e pure gli attimi. Inanelli una serie di ‘se avessi’ e ‘se fossi’. La tristezza si allarga e forse ti allaga il cuore, risale fino agli occhi e si ferma. Si ferma perché non è vero. Non è vero che hai sprecato giorni e ore e attimi. Perché la sola domanda a cui vale la pena rispondere, anche quando ti danno una brutta notizia (o insomma una notizia un po’ così) è: “da cosa dipende la felicità”?

Non da un ovaio scioperato, non da un figlio mai arrivato, non da un lavoro che non è quello voluto, non da un uomo che manca o che non assomiglia a quello dei sogni. La felicità è una questione di volontà, di voler essere felici intendo. Felici al di là degli obiettivi centrati o cannati in pieno. Degli amori persi per strada e delle occasioni sfiorate.

La felicità è questione di infilare sorrisi ostinati e sostituirli con determinazione a rimpianti e rimorsi. La felicità è indicativo presente intervallato da futuro prossimo, non anteriore, non lontano ma vicino. È dimenticare i congiuntivi e i condizionali di quel che è stato e non si può cambiare neanche urlando di rabbia e piangendo di frustrazione.

La felicità è gratitudine per quello che, anche se lontano milioni di anni luce da ciò che avevamo sognato, abbiamo qui e ora. Anche l’ipotesi di un figlio che non arriverà, nonostante ormoni siringati nella pancia e aghi infilati nelle ovaie.

La felicità, oggi, 29 gennaio è un cielo grigio e nebbioso che è una promessa di sole. È preparare un dolce per tenere le mani impegnate in qualcosa di costruttivo che porti dolcezza (e calorie) a chi amo. È dirmi che va tutto bene, che non ho sbagliato niente, ma che non tutte le vite sono uguali e che non tutte le donne sono mamme dei propri figli. Altre, come me, potranno esserlo di ogni bambino che incontreranno, anche solo per pochi minuti, a cui regaleranno un sorriso e una carezza. A cui, magari, asciugheranno una lacrima, o per il cui diritto ad avere una vita degna decideranno di battersi.

La felicità, oggi, 29 gennaio alle 10 e 19 minuti quando osservavo l’immagine –  troppo omogenea per essere speranzosa – delle mie ovaie è stato incrociare lo sguardo della mia amica ginecologa a cui chiedevo di raccontarmi del suo bambino ed essere contenta di ascoltarla.

E poi uscire, risalire in macchina, prendere la strada di casa e sgranare un rosario di tutto ciò che di bello ho avuto fino a qui. Una famiglia, un sacco di cani e di gatti, una valanga di amici, tanti lavori (forse pure troppi) un marito che anche se non è il principe azzurro è molto (molto) simile, un tumore asfaltato quando avevo 25 anni, un bel sedere ancora tonico e due gambe abbastanza lunghe e forti da portarmi in giro per il mondo a conquistarmi, ogni giorno, un altra fettina di felicità.

Cosa voglio di più dalla vita?






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