Per definirsi come scrittore, pesca almeno cinque o sei aggettivi. Emotivo, prima di tutto. Poi: teatrale, drammatico, psicologico, sessuale, spirituale. Tutto – aggiunge – fuorché intellettuale. «Non ho mai letto romanzi intellettuali, e di sicuro non ne scrivo», chiarisce subito John Irving, 75 anni, il tono di un lottatore gentile.
Era il suo sport, praticato per anni a livello professionale, prima di diventare scrittore a tempo pieno: «Scrivo tutto il giorno ogni giorno. Ho più romanzi da scrivere di quanto sia il tempo che ho davanti per scriverli». È già alle prese con il prossimo – una storia di fantasmi – mentre in Italia esce Viale dei Misteri (Rizzoli, pagg. 624, 22 euro; trad. di Giuseppina Oneto), un viaggio prodigioso, lungo oltre seicento pagine.
Uno scrittore cinquantenne, Juan Diego, appena un po’ confuso dai farmaci beta-bloccanti che assume con disinvoltura, vola dall’America verso le Filippine per ritrovare un pezzo della sua infanzia messicana. Quando viveva in una discarica, salvava i libri dall’inceneritore e scopriva a ogni passo – con una sorellina quasi veggente al fianco – qualcosa di miracoloso. Anche nella disperazione e nella miseria più nera.
Pochi scrittori sono «dickensiani» come Irving. Orfani, figli illegittimi, ragazzini «atipici»: il bambino Homer nella comunità raccontata nelle Regole della casa del sidro, diventato film premio Oscar, Owen nel commovente Preghiera per un amico, Billy e la sua «diversità» nel più recente In una sola persona. Irving continua a esplorare il paesaggio turbolento dell’infanzia e dell’adolescenza – la lotta libera con il mondo adulto, la ricerca di una possibilità di riscatto.

Nella vita dei suoi personaggi, l’infanzia ha sempre un ruolo centrale. È stato così anche per lei?

«Nel tipo di storie che mi interessano, i personaggi sono plasmati da qualcosa che accade nell’età del desiderio, quando il desiderio prende forma in noi. Ma se lei dice “penso sia così anche per te”, be’, non proprio. Onestamente, non saprei tirare fuori esperienze dell’infanzia e dell’adolescenza che mi abbiano plasmato o che abbiano avuto un effetto traumatico. Di sicuro, le cose accadute a quell’età, come per chiunque, hanno contribuito alla mia crescita. Ma niente di disastroso, di sconvolgente, o di realmente duraturo. Ho avuto un’infanzia relativamente pacifica e poco movimentata. Noiosa, davvero. Ciò che accade nella mia testa, nella mia immaginazione, ha sempre avuto più importanza rispetto alla mia storia personale. E se ho scelto di dare importanza all’infanzia e all’adolescenza nei miei romanzi, è perché questo produce buone storie. Melville teneva incollata allo scrittoio una frase di Schiller: “Rimani fedele ai sogni della tua giovinezza”. Penso a questo come a un consiglio di scrittura. Non si applica necessariamente alla vita reale di tutti. Non alla mia, comunque».

L’idea di un ragazzino che pesca i libri dalla spazzatura è molto bella. Leggere è un modo per sopravvivere?

«Non sono il solo a temere che leggere sia ormai un’abitudine in via di estinzione. E questo mi pareva un buon momento per raccontare la storia di un bambino che impara a farlo da solo, salvando libri dal fuoco. La lettura è sacra. Fare in modo che un bambino legga è fondamentale. Guardi cosa è successo, politicamente, negli Stati Uniti. Solo una popolazione scarsamente istruita avrebbe potuto eleggere Donald Trump. Solo la mancanza di istruzione può convincere i poveri e la classe media a pensare che i repubblicani siano davvero interessati a loro. L’effetto della poca lettura è questo: una popolazione facilmente ingannabile. Se la gente smette di leggere, smette di pensare. Leggere è l’unica forza che abbiamo per resistere alla tirannia. Trump è impegnato a vendere odio e xenofobia – il fascismo, in altre parole – a una popolazione troppo ottusa per capire meglio. E non sto esagerando».

«La religione sta a metà fra la paura e il sesso»: è una frase del suo personaggio. Lei è d’accordo?

«Penso che ci siano in giro un sacco di cazzate mistiche sulla religione e sul sesso; c’è un modo “mitologico” di vedere entrambe le cose, di gonfiarne il significato, di rivendicarne un’importanza simbolica. Però c’è anche una gran quantità di bellezza negli occhi di chi le guarda. Le persone hanno sentimenti molto forti in materia e sono riluttanti a cambiare idea. Ma in Viale dei Misteri sia il sesso sia la religione vengono scrutati con un occhio ironico o malizioso. Mi diverto sempre nel vedere quanto la gente prende l’uno e l’altra troppo sul serio».

Quindi, anche scrivere esplicitamente di sesso è una scelta politica.

«Sono testimone delle recenti elezioni in Alabama, dove un pedofilo è stato quasi eletto al Senato degli Stati Uniti. Essendo però un pedofilo ultra-religioso, molte persone ultra-religiose lo hanno sostenuto, spiegando che non avrebbero mai potuto sostenere il suo avversario, in quanto liberale in materia di aborto. Ecco: persone religiose, contrarie a tutto quello che può nuocere a un feto, non si proccupavano di proteggere ragazzine di dodici-tredici anni da un pedofilo. E le persone “religiose” come queste sono anche quelle più contrarie ai passaggi espliciti su questioni sessuali nei film o nei romanzi. Sì, scrivere esplicitamente di sesso è una scelta politica. Questi ipocriti devono impararlo: non conta la lingua che usi, conta quello che fai».

Nei suoi romanzi, la realtà non è mai solo quella che si vede. In Viale dei Misteri, il paesaggio messicano accentua la relazione con il miracoloso. Che cosa è la trascendenza per lei?

«È impossibile trascorrere del tempo in Messico e non sentire la forza della fede popolare. Volevo stare dalla parte del credere, o della vera fede, e allo stesso tempo condannare ciò che manca alla chiesa – qualsiasi chiesa, non solo la cattolica romana. Le loro regole sono stabilite dall’uomo; e falliscono, ogni volta. Ho provato a creare una situazione in cui solo un miracolo avrebbe potuto salvare Juan Diego, che è un orfano nelle mani dei gesuiti che, appunto, ne controllano il destino. Le uniche due persone che lo amano veramente e vogliono adottarlo sono due omosessuali, un prete fallito e il suo amante transgender. Ovviamente, non c’è alcuna possibilità che quei vecchi sacerdoti permettano l’adozione. A meno che la Vergine Maria in persona non intervenga. E lei fa esattamente questo. Versa grandi lacrime».

Questa storia sembra anche un inno alla capacità umana di non arrendersi. Secondo lei, è possibile cancellare la paura?

«No, o almeno io non ci riesco. Scrivo di cose che vorrei non accadessero mai a me o alle persone che amo. In ogni romanzo c’è sempre un momento che temo, una scena o un capitolo o un evento di cui non voglio scrivere: non voglio nemmeno immaginarlo. Ma se quell’elemento spaventoso non ci fosse, non varrebbe nemmeno più la pena scrivere il libro».

Faccio a lei una domanda che compare anche nel suo libro:«Quanto si può credere ai sogni di uno scrittore?».

«I sogni, come i ricordi, ci ingannano. Ma tutti gli scrittori sognano a occhi aperti nei romanzi, e i romanzi vengono dal sognare a occhi aperti. Non si può smettere di sognare, anche se i sogni sono fuorvianti. Più di quarant’anni fa, quando stavo lavorando al Mondo secondo Garp pensavo che il tema dell’odio sessuale sarebbe stato superato prima che avessi finito di scriverlo. Ecco, quello era un sogno ingannevole. L’odio sessuale è ancora fra noi. Ho appena riscritto quel romanzo in forma di serie tv. In questo momento il mondo – be’, in ogni caso gli Stati Uniti – ha molto bisogno di serie femministe, e Garp era un romanzo femminista. Purtroppo, non è affatto datato, come all’epoca temevo che sarebbe diventato molto presto».



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