L’ingresso alla mostra è scenografico, primordiale. Una fessura gigantesca in un muro bianco, un taglio di buio nella luce che ci lasciamo alle spalle. Per entrare a visitare la retrospettiva dedicata a Rick Owens alla Triennale di Milano, è chiaro fin dall’inizio che bisogna essere disposti a procedere in un luogo nuovo e brutalmente affascinante. Anche non conoscendo nulla di questo artista prestato alla moda, varcata la soglia l’impatto visivo ci trascina immediatamente in un’atmosfera rarefatta, museale, dove gli oggetti da osservare però provengono dal futuro. Lungo il percorso ci accompagna una scultura site-specific, creata dallo stesso Owens. Un serpente guardiano, o forse un tubo futuristico, una forma aliena o il villo intestinale di un ventre in cui la moda, il costume, le convenzioni vengono metabolizzati e resi essenziali.

 

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rick-owensDopo la recente mostra al MOCA di Los Angeles, in cui Owens ha esposto soprattutto il suo furniture design, la Triennale si focalizza sui suoi abiti. Dalle prime sfilate a New York del 2002 al trasferimento a Parigi dove tuttora vive, un ventennio di creazione artistica si snoda coerente e altero. L’ordine non è cronologico: gli abiti si giustappongono in una narrazione in cui il passato e il futuro si fondono per creare un tempo anch’esso nuovo, quasi astorico. Vengono “abitati” da manichini che non si sostituiscono a modelli vivi, sono una forma cristallizzata di umanità, terrena ed eterea, terrestre e aliena. Teste di plastica lucida, capelli posticci, lunghi, corti, scalpi come ferite, fino al celebre casco di capelli dietro cui il viso scompare e con esso ogni forma di specificità. Subhuman Inhuman Superhuman: tutta l’indagine ruota attorno al concetto di umanità allontanandosi dalle convenzioni del mondo della moda. Owens gioca con le proporzioni creando una mostruosa ma armoniosa eleganza spesso asessuata, usa i colori della terra immersi in sfumature di grigio come in una desolazione postatomica. Lo street style, l’haute couture, il minimalismo in stile giapponese e una qualche antica reminiscenza sacerdotale dialogano fra loro con la suggestione gotica portata dalla moglie e musa dell’artista, Michèle Lamy.

 

 

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Nell’autunno 2015, per la collezione uomo, Owens mandò in passerella delle tuniche con un’apertura all’altezza del pube. I modelli che le indossavano erano nudi sotto e il gioco infrangeva uno degli ultimi tabù del nudo, il pene maschile. Non si trattava di una mera provocazione, quanto di un’analisi concettuale: la funzione primaria del vestirsi, e quindi della moda stessa, viene a cadere se un buco svela proprio ciò che l’abito dovrebbe coprire. Questa è la ricerca di Owens: superare l’estetica con una presa di posizione quasi morale, una serietà che fa parte del design brutalista a cui si ispira anche per gli interni, gli oggetti, i gioielli, anch’essi presenti alla mostra. Nella videoinstallazione finale i manichini finalmente prendono vita, e ripercorrono le sfilate in cui l’artista ha dato il suo contributo per spogliare la moda della sua chiassosa e variopinta mondanità.

 






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