Quattro giorni di congedo obbligatorio e uno di congedo facoltativo (da fruire in alternativa alla madre), quello che fa perdere il 70% dello stipendio e che in pochissimi decidono di prendere. Nessuna sanzione per chi non sta a casa. Il 2018 si è aperto in Italia con questo magro bottino per i padri, che scatta in virtù di una norma inserita nella legge di stabilità 2017. Non c’è nulla da esultare, e infatti nessuno esulta. Quei quattro giorni appaiono miseri non tanto perché sideralmente distanti, come tutti sanno, dagli standard nordeuropei (in Svezia sono riconosciuti 480 giorni ai genitori fino ai nove anni del bambino, e prima le due settimane a entrambi, con retribuzione al 100%; in Norvegia addirittura 54 settimane a compenso pieno, di cui 9 obbligatorie per la madre e 6 per il padre). Sono miseri perché dimostrano la scarsissima reattività della politica, a dispetto dei proclami, al problema antico di incentivare il lavoro delle donne (a novembre il tasso di occupazione femminile è salito al livello record del 49,2%, ma resta ben lontano dal 66,8% degli uomini e soprattutto dal 61,6% della media Ue) e a quello, attualissimo, di preservare il lavoro delle madri.

È dagli anni Novanta che l’Unione Europea chiede agli Stati membri di intervenire sulle legislazioni sui congedi parentali perché siano neutrali rispetto al genere e non comportino discriminazioni nei confronti delle donne. Senza contare che l’importanza della presenza di entrambi i genitori nei primi mesi di vita dei bambini è ormai comprovata da una vasta letteratura scientifica. Eppure i progressi normativi sono stati lenti e faticosi, soprattutto da noi. E i risultati concreti sono quasi inesistenti. Gli ultimi dati dell’Ispettorato nazionale del lavoro, riferiti al 2016, parlano da sé: le mamme con figli fino a tre anni che hanno rassegnato dimissioni volontarie sono state 29.879 donne, gli uomini 7.859. In quasi 25mila, tra le donne, hanno motivato la scelta con la difficoltà di assistere il bambino o di conciliare lavoro e famiglia. Appena 2.250 papà hanno fornito la stessa spiegazione: i più si dimettono per passare ad altra azienda.

La fotografia dimostra quanto sia fragile la rete di servizi intorno alle madri italiane. Stereotipi ed esaltazione del mito della maternità non aiutano a costruirla né supportano quei padri che vorrebbero prendere parte alla cura dei figli. La piattaforma internazionale Plent si batte per promuovere una riforma dei congedi parentali basata su quattro concetti: obbligatorietà, uguaglianza nella durata per donne e uomini, non trasferibilità e pagamento al 100% del salario. Soltanto così, sostengono i promotori, si porrà fine alla discriminazione delle donne in ambito lavorativo e a quella degli uomini in ambito domestico. Tutto si tiene.

Serena Williams e Alexis Ohanian

Serena Williams e Alexis Ohanian

Per ora il tema sembra scomparso dall’agenda. È riemerso in questi giorni, ma in negativo, dopo che la Cassazione (sentenza n. 509 dell’11 gennaio scorso) ha confermato il licenziamento di un padre che, dopo aver chiesto e ottenuto un congedo parentale per stare con il figlio di otto anni era invece risultato assente: «Per oltre metà del tempo non aveva svolto alcuna attività a favore del figlio». Non proprio un modello, come invece servirebbero all’Italia. Oltreoceano i casi di Mark Zuckerberg e di Alexis Ohanian, marito di Serena Williams e cofondatore della piattaforma Reddit, hanno fatto rumore. Il premier canadese Justin Trudeau non perde occasione di invitare i padri a usufruire dei congedi e le aziende a favorirli. Da noi grandi applausi bipartisan al deputato M5S Alessandro Di Battista, che ha citato la paternità tra i motivi che lo hanno spinto a non ricandidarsi, ma nemmeno una promessa dai partiti sui congedi. Eppure in questa campagna elettorale ogni giorno stanno fioccando proposte irrealizzabili.

 

 

 






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