«Nulla è cambiato. Il corpo prova dolore, deve mangiare e respirare e dormire, ha la pelle sottile, e subito sotto – sangue, ha una buona scorta di denti e di unghie, le ossa fragili, le giunture stirabili. Nelle torture di tutto ciò si tiene conto».

A Wislawa Szymborska veniva naturale il verso libero, in quella poesia che è stata la sua vita ed era il suo modo – ognuno ha il proprio – di fare i conti con le vulnerabilità che ci portiamo dentro già dal nome che ci definisce: «Esseri umani».

Torture, si intitola nella fattispecie questa, di poesia, che parla di quelle nelle prigioni del mondo, di Torture, ma quante volte abbiamo sentito che anche il nostro corpo lo fosse? Prigione. Confine, limite, costrizione. Delle nostre congestioni e paure. Amplificatore dei nostri difetti, del panico che c’è, e a tratti si manifesta. E allora lo mostriamo, lo confessiamo. Cerchiamo di esorcizzarlo, di trasformarlo in valore, in nodo di forza insperata.

La crepa si apre – per i personaggi famosi – nel corso delle interviste. Sui social network. Affacciati a balconi reali. E così Charlene di Monaco diventa la principessa triste dallo sguardo infelice e il sorriso sempre più difficile, nei momenti più importanti a corte, erede nel ruolo di Lady Diana: ritratto d’eleganza, icona per una e più generazioni, ma che celava disturbi alimentari e un bisogno d’approvazione e d’amore spesso confusi.

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Così ecco che di questi tempi una nota ufficiale di Kensington Palace non nasconde il neo di Kate Middleton incinta, il suo soffrire di iperemesi gravidica, disturbo che in gravidanza porta nausee e ricoveri ma non sgualcisce il suo glamour. Dai palazzi alla televisione: Carolyn Smith scopre d’essere malata, e decide di ballare (anche) con il tumore, «l’intruso», come lo chiama lei: «È qui, ma nessuno l’ha invitato». Così non si nasconde. Si fa anzi fotografare senza più capelli, e per fortuna poi torneranno. Che fragilità è valore: in vasca nessuno la batte, Federica Pellegrini, e se qualcuno l’ha fatto questo non le ha impedito di diventare la più grande di tutti i tempi, imparando a convivere con l’ansia, a gestirla, a domarla. Ogni sua bracciata ormai sappiamo che è anche un lavoro di nervi da distendere, il superamento di una debolezza, del senso di non farcela, perché è una campionessa, sì, la migliore in acqua che abbiamo, ma ai blocchi lotta contro gli attacchi di panico che fanno buio negli occhi e accelerare i battiti.

Lena Dunham (due Golden Globe e numerose candidature agli Emmy) su Instagram si fa piccola e grande insieme quando parla di «come si vive con l’endometriosi», rivolgendosi alle almeno 150 milioni di donne in tutto il mondo (3 milioni in Italia) che ne soffrono: «Voglio anche ricordare a tutte le donne affette da disturbi cronici che non siamo deboli. In realtà, è il contrario. Lavoriamo con abilità anche quando stiamo lottando e ci prendiamo cura delle nostre famiglie anche quando faremmo fatica a prenderci cura di noi stesse. Sfoggiamo il nostro viso su un tappeto rosso anche quando l’unica cosa che vorremmo è restarcene sdraiate a letto».

Come Gessica Notaro che un anno dopo essere stata sfregiata con l’acido dall’ex fidanzato, Edson Tavares (condannato a dieci anni di carcere) mette su Facebook una sua foto di com’era 12 mesi fa a quest’ora e condivide con tutti il suo «avere ancora paura», il suo «rivedere quella scena ogni giorno». Poi c’è Adele, con quello che lei chiama il suo «lato molto oscuro. Un giorno le ha fatto guardare un’amica e dire: «Sto di merda». Ma è lì che rompendo gli argini ha superato la depressione post partum, e iniziato a capire alcune cose. Per esempio che ama suo figlio, ma le piacerebbe fare quello che vuole quando vuole. Proprio come quando lui non c’era. E non c’è nulla di male a dir(se)lo. Non ci deve essere più alcun senso di colpa a pensarlo.

Ci può volere del tempo, anni, ma poi quel che si è a lungo trattenuto diventa storia nuova. Perfino per una come Michelle Hunziker. Che ride sempre, ma poi scrive un libro sulla setta di cui è stata vittima, e sul dolore venuto dopo. Titolo: Una vita apparentemente perfetta. In cui c’è anche la responsabilità di dire: «Non è vero che non è niente, ma che può succedere a tutti sì, e – pensate – è successo anche a noi. Quindi, quando succede, cercate di andare oltre, di non pensarci». Come ha lasciato in fondo scritto Holly Butcher nel suo ultimo messaggio prima di morire a 27 anni per un tumore alle ossa: «Fai un bel respiro, guarda come è blu il cielo e quanto sono verdi gli alberi. È così bello. Pensa a quanto sei fortunato a poterlo fare. A poter respirare. Lascia perdere tutto il resto: ti assicuro che non ci penserai, quando sarà il tuo turno di andare».



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