In televisione lo vediamo così spesso che ormai è uno di casa, eppure di Carlo Conti sappiamo poco e nulla. Poche interviste, poche occasioni per parlare di se stesso e della sua vita. Come il primo ricordo che ha sempre sperato di stringere fra le mani, ma che, purtroppo, non ha mai avuto: «Vorrei fosse il mio babbo; ma morì quando avevo 18 mesi, e proprio non me lo ricordo», rivela al Corriere della Sera, aprendo il suo cuore e raccontando la sua infanzia, dalla scomparsa prematura del padre al carattere forte della madre Lolette, che si chiamava così perché «il nonno era andato a vedere un’operetta: la protagonista si chiamava Colette.

Tornò a casa e disse alla nonna che aveva trovato il nome per la prossima figlia. L’impiegato dell’anagrafe sbagliò a trascrivere, la C divenne L».

Mia mamma aveva dedicato la sua vita a me. A volte penso che se fosse stato il mio babbo a crescermi sarei un uomo diverso

Una donna che Carlo ha perso quando aveva quarant’anni, ma a cui deve ancora tanto: «Mi fece da madre, ma soprattutto da padre. Non aveva una lira: aveva speso tutto in cure sperimentali, inutili. Avrebbe potuto gettarsi dalla finestra con me in braccio». Lolette non lo fece e, dopo aver affrontato il lutto del marito, trovò la forza per andare avanti. «Era una donna dura, se necessario. Un giorno trovai un pacchetto di Muratti Ambassador sul frigo. Mi disse: “Prima che lo facciano gli amici, ho pensato di farti provare io”. Mentre accendevo, aggiunse: “Sappi però che il tuo babbo con il fumo c’è morto”. Cominciai a tossire. È stata la prima e ultima sigaretta della vita». Lolette era ostretica ma, per arrotondare, faceva anche la donna di servizio. Non si è mai risposata: «Aveva dedicato la sua vita a me. A volte penso che se fosse stato il mio babbo a crescermi sarei un uomo diverso. Non mi sono mai sentito sfortunato. Mamma mi ha trasmesso la leggerezza e l’amore per la vita, oltre all’attenzione per chi aveva meno di noi».

Eppure l’assenza del padre si è fatta sentire spesso, come quando nel 1983 giocava a tennis con l’amico Leonardo Pieraccioni. «Arrivò il suo babbo, si mise dietro di lui e cominciò a incoraggiarlo: batti meglio, forza il dritto. Venni a rete a raccogliere una pallina, mi voltai indietro, e compresi che io una figura così non l’avevo». Eppure c’è anche il tempo per sorridere, come quando commenta quel colorito scuro oggetto di mille battute e che ormai fa parte di lui: «Calimero è simpatico, intenerisce. Da bambino poi ero ancora più nero: passavo ore a pescare con la lenza che mi aveva regalato il nonno. Un giorno chiesero a mia madre se ero stato adottato. Mi offesi: “Sono fiorentino purosangue!”. Pensare che mamma sognava una bambina bionda dagli occhi azzurri».

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