Milano, 14 gennaio 2018 – I costumi cambiano, d’accordo. Cambiano i valori e di conseguenza anche i ruoli sociali. Pur nel solco di un lento ma costante cambiamento, per millenni si è data per acquisita una differenza sostanziale tra uomo e donna e il maschio ha potuto coltivare la propria virilità aderendo ad una delle tre tipologie virili tradizionali e alle loro naturali evoluzioni storiche: il monaco, il cacciatore, il guerriero. Ebbene, per la prima volta nella storia dell’umanità lo schema tradizionale è saltato. Mai come oggi, religione, caccia e guerra sono state disprezzate. Mai come oggi si sono affermati in campo maschile valori e modelli femminili: la pace, il dialogo, la sensibilità, la dolcezza, il perdono… Il maschio è in crisi. La virilità è nascosta con vergogna. Il combinato disposto della cultura sessantottina e degli interessi di un’élite globale che ha tutto da guadagnare dall’annullamento di valori e differenze stanno dando vita a un uomo nuovo: l’uomo non uomo. Trionfa la cultura gender, si afferma il genere unisex del consumatore globale, si fa largo l’idea che in natura non esistano differenze: quella di uomo e di donna non è più una condizione, ma una scelta.

Nessuno osa alzare un sopracciglio quando l’attrice Angelina Jolie teorizza il cambio di sesso per la propria figlia. Molti inorridiscono quando Catherine Deneuve riconosce al maschio il diritto alla rozzezza senza che questa diventi necessariamente un reato. Negli anni Settanta, l’antropologo statunitense Melford E. Spiro osservò come, nonostante avessero ricevuto un’identica educazione e vivessero in un unico ambiente, nei kibbuz israeliani le bambine emulavano i ruoli femminili tradizionali (ad esempio, simulando la maternità) e i bambini i tradizionali ruoli maschili (ad esempio, simulando la guerra). Esistono, dunque, dei fattori “preculturali” che determinano la differenza tra i generi. Ma a dirlo oggi si passa per reazionari. Tutto cambia, d’accordo. Ma non è detto che la società unisex e il modello dell’uomo non uomo rappresentino una conquista foriera di serenità, equilibrio, autorealizzazione e benessere. Balza agli occhi, nel sondaggio che pubblichiamo oggi, un dato: per il 32% dei giovani maschi italiani la virilità non è un valore. Affermazione condivisa solo dal 5% delle ragazze.



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