«L’incubo nascosto di mio figlio»

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L’Australia piange la piccola Ammy Dolly Everett, aveva 14 anni e si è tolta la vita. Era vittima di bullismo, nonostante fosse quasi una baby star. In passato era infatti stata scelta come volto della campagna pubblicitaria dell’azienda Akura, produttrice di cappelli tipici.

La sua storia è stata resa nota dal padre, Tick Everett, che pochi giorni dopo il drammatico gesto compiuto dalla ragazzina il 3 gennaio, ha scritto un lungo post su Facebook. Un messaggio in cui invitava al funerale di Dolly i bulli che avevano reso la sua vita un incubo.

  «Così vi renderete conto – ha scritto – di quale disastro abbiate combinato. Non avete la metà della forza che aveva il mio prezioso angelo e che ha dimostrato anche nel mettere in atto il suo tragico piano per sfuggire alla cattiveria di questo mondo». E nella conclusione le parole del padre di Ammy si trasformano in un accorato appello di lotta al bullismo «perché solo così la vita di Dolly non sarà andata sprecata».

Parole che abbiamo sentito spesso pronunciare dai genitori di ragazzi e ragazze vittime di bullismo. Una su tutti è Teresa Manes, mamma di Andrea, «il ragazzo dai pantaloni rosa» deriso dai suoi compagni di scuola e per questo morto suicida a soli 15 anni. Oggi, sei anni dopo la scomparsa di suo figlio, Teresa Manes è presidente dell’Associazione Italiana Prevenzione Bullismo, porta la storia di suo figlio nelle scuole, davanti ai ragazzi, continua a lottare in nome di suo figlio e di tutte le altre vittime. Come Dolly.

This is not an easy post to write. We were shocked and distressed to hear of the passing of “Dolly” – the young girl…

Posted by Akubra Hats on Monday, January 8, 2018

«Il messaggio di questo padre rivolto ai bulli mi ha colpita in prima persona perché ho capito il suo invito a prendere consapevolezza del dolore. Un’intenzionalità mirata che condivido pienamente, perché del dolore si ha una percezione solo effimera, sfiorata, se non ci viene scorticato addosso».

In Italia sono uno su cinque i minori, di età compresa tra gli 11 e i 17 anni, che nel 2016 hanno subito episodi di bullismo, almeno una volta al mese. Lo rivela il Censis, nel suo ultimo rapporto. «I casi aumentano e il mio pensiero è che si debba intervenire con una politica più incisiva. La legge appena approvata contro il cyberbullismo non basta. Gli interventi all’interno delle scuole dovrebbero essere mirati e strutturati all’interno dell’attività didattica invece non sono previsti all’interno di un progetto costante».

E se è vero che su internet, dove le ragazze sono oggetto degli attacchi maggiori da parte dei loro coetanei, il bullismo corre più veloce, il mondo dei social network resta aperto a tutti e ad ogni età, anche molto prima di quanto stabiliscono le stesse condizioni di utilizzo di queste piattaforme.

«Tanti ragazzi non sanno nemmeno che determinate dinamiche possono costituire reato e che per esempio una toccata di culo può essere una violenza. Già nelle scuole medie dovrebbero essere inseriti elementi di diritto. Quello che vedo io è che gli adolescenti hanno perso il senso di giustizia perché c’è l’idea che tanto non si viene puniti, non si rischia niente. Per questo oltre all’atteggiamento preventivo serve un pugno un po’ più duro per contrastare questo drammatico fenomeno».

Una piaga sociale che molto spesso sono proprio i genitori delle vittime e dei bulli a non riconoscere. «Come madre posso assicurare che era difficile percepire un disagio  per esempio in Andrea, perché si confonde all’interno di quel male comune che un genitore lega alla crescita e all’adolescenza. Mio figlio a scuola ci andava, non viveva in isolamento, molte volte una madre o un padre non si rende conto di quello che sta accadendo, non esistono dei veri indicatori. Possiamo agire soprattutto con il dialogo e chiedendo ai ragazzi di assumersi le responsabilità dei loro comportamenti».

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