la cronaca del primo giorno

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La si chiama ancora “settimana della moda di Milano”, forse un po’ nostalgicamente, ma a ben guardare è poco più di un fine settimana. Con un’anticipazione venerdì sera – la sfilata di Ermenegildo Zegna -, un pieno svolgimento nel week end e una chiusura a sfumare lunedì, quella dedicata alla moda maschile è oggi una manifestazione ristretta come un maglione di lana lavato in lavatrice a 90 gradi.

Alcuni brand preferiscono la formula della presentazione, meno costosa e impegnativa della classica sfilata, altri scelgono di accorpare la collezione maschile a quella femminile (e di farle sfilare a febbraio), un po’ per dare un’immagine coerente, integrata e completa delle proprie proposte di stile  e un po’ – perché negarlo? – per contenere i costi: di questa squadra fanno parte, tra gli altri, Gucci, Salvatore Ferragamo, Bottega Veneta e Antonio Marras.

Altri ancora – perché ci sono anche quelli – saltano un turno senza passare dal via e aspettano in stand by momenti più rosei e ispirati per presentarsi all’appuntamento stagionale con stampa e buyer.

Ma questo concentrato di sfilate – proprio come quelli fatti con la frutta di stagione e l’estrattore – non è affatto detto che sia di per sé solo ed esclusivamente un male. Anzi. Un po’ perché chi ancora – in direzione ostinata e contraria – sceglie il palcoscenico della passerella, ha da lanciare al suo pubblico un messaggio estetico forte e chiaro, più facile da cogliere in tutta la sua evidenza. E un po’ perché, in questo modo, griffe più piccole, sperimentali e se vogliamo fragili – quelle che si direbbero di nicchia, come oggi Isabel Benenato e Miaoran – hanno una chance in più di potere avere su di sé il cono di luce dei riflettori, ovvero l’attenzione dei giornalisti.

LE STAR IN FRONT ROW ALLE SFILATE MILANESI:

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Primo appuntamento con Milano Moda Uomo, dunque, quello con Ermenegildo Zegna, che invade con cumuli di candida neve gli spazi dell’Università Bocconi, secondo un progetto scenico ideato dall’artista Thomas Flechtner.
Il direttore creativo Alessandro Sartori si diverte a mescolare le carte in tavola, contaminando a modo suo formale e sportswear, casual e sartoriale, in un gioco di precisione che sui piatti della stessa bilancia mette comfort ed eleganza. Il goal è mantenere l’equilibrio perfetto tra i due. Le sue trovate più interessanti sono i completi con le giacche a un petto e mezzo (più di un mono, meno di un doppio), ma a meritarsi un applauso anche la palette cromatica del cashmere, ottenuta con metodi di tintura tutti naturali e sostenibili, anche nel caso delle nuance più accese.

Chissà se avrebbero apprezzato questo sforzo eco gli animalisti che hanno rumorosamente presidiato l’ingresso della sfilata di Marni, agguerriti nel gridare a gran voce il loro disprezzo nei confronti dell’utilizzo di pelliccia da parte dell’industria della moda.
Disprezzo che deve avere colto nel segno, se è vero che nei mesi passati player importanti del fashion business come Armani, Gucci e Michael Kors hanno annunciato di non volerla più utilizzare. Quel che non si capisce è il perché dell’attacco proprio al marchio disegnato da Francesco Risso, che il pelo animale lo usa con parsimonia, e comunque non certo più di tanti altri colleghi.
In ogni caso, il suo show si è aperto all’insegna dell’originalità e della varietà già nel momento dello svelamento del layout della sala nel quale si è svolta la sfilata. A terra ghiaia scricchiolante e mobile; ma, soprattutto, al posto delle consuete panche o delle rassicuranti poltroncine per gli ospiti ecco pile di libri, giraffe di peluche, automobili dell’autoscontri, aspirapolvere e televisori rotti.
Varia, articolata e con un sofisticato senso di nonsense di sottofondo anche la proposta stilistica: gli uomini Marni sono tutti stropicciati e accoglienti, si vestono a cipolla, sovrapponendo in anarchia rassicuranti maglie di lana, salopette da pescatori, avvolgenti cappotti. La pluralità di stimoli si trasforma in un’estetica eccentrica e bizzarra. Che a tutto è disposta a rinunciare – a partire dal rispetto delle convenzioni – tranne che al comfort.

A contendere alla sfilata di Marni il titolo di location più stravagante, ecco Etro: la griffe che proprio quest’anno festeggerà la sua prima metà di secolo allestisce infatti Dandy Detour, un enorme flea market di lusso, dove tra mobili d’antiquariato e complementi di modernariato – una pura e pericolosa tentazione per quelli che, come chi scrive, dedicano i loro fine settimana alla ricerca di gioielli e occasioni di brocantage – si muovono gruppi di modelli negli outfit inconfondibili della griffe. Anche nelle loro mise, così come nell’allestimento tutto intorno, si mixano in libertà suggestioni, stimoli e ispirazioni provenienti dalle più disparate culture dei quattro angoli del globo. A partire dal motivo Paisley, firma di stile della griffe, e mai tanto utilizzato come in questa occasione. Squisito eclettismo.

All’insegna della contaminazione tra estetiche tribali diverse e apparentemente inconciliabili la collezione firmata Diesel Black Gold e disegnata da Andreas Melbostad (in controtendenza nel far sfilare le proposte womenswear all’interno della sfilata maschile): gli eschimesi incontrano i nativi americani, dal Perù si vola in Messico e si torna indietro, non prima di avere fatto scalo in Romania per ispirarsi ai vestiti delle contadine di questo Paese.
E poi, ancora, ad essere “saccheggiati” sono i costumi degli Afghani del Nuristan e ad essere reinterpretate sono le tuniche siriane e le gonne multicolore Hmong, cinesi e vietnamite. Il risultato è un insieme bohémien, etnico ma contemporaneo. Come se alla moda venisse offerta, su questa passerella, la possibilità di dimostrare tutto il proprio potere unificatore, in una sorta di “giochi senza frontiere” estetiche.

Poche sorprese, ma molte certezze (anche questo un bene, in fin dei conti) sulle passerelle – che ripetono le loro formule, più o meno fortunate ma certo ben rodate – di Neil BarrettLes HommesMarcelo Burlon e persino Dolce & Gabbana. Da ognuno di loro abbiamo, ancora una volta, ciò che era lecito e sensato aspettarsi.
Il designer inglese ripresenta la sua “uniforme” minimale con tocchi militari, dettagli tech o rubati al mondo dei biker. Il duo belga propone ancora una volta outfit dalla ricchezza sontuosa, nell’utilizzo di tessuti lavorati e di decorazioni generosamente profuse su giacche, felpe e bomber, che si trasformano questa volta in corazze e armature che sembrano arrivare da battaglie infuocate. L’ispirazione è medievale, alla Trono di Spade 2.0: romantica e oscura, quasi epica l’essenza della collezione.
Sempre più bad e street l’idea di moda (o di abbigliamento) del creativo argentino: i suoi capi sono quasi le divise di una gang nella quale i giovani di tutto il mondo sentono il desiderio di volersi riscoprire parte di un gruppo, all’insegna di un senso di accettazione e di appartenenza globale.
Anche la coppia di stilisti italiani gioca su un campo sicuro, rispolverando una formula da qualche stagione ormai abituale e consolidata. In passerella un plotone di Millennials, figli d’arte o influencer; a chiudere lo show la performance musicale di un neo idolo come Maluma. Tra i 104 on the catwalk si fanno notare, per ragioni diametralmente opposte, tanto l’ex di Amici Riki quanto il campione della Juventus Dybala.Ma anche Roberto Rossellini, figlio di Isabella, e Christian Combs, rapper diciannovenne figlio di Puff Diddy. Tutti vestiti d’oro, broccato e angioletti.

Proprio il giorno dopo la messa in onda della prima puntata della discussa serie tv The assassination of Gianni Versace: American Crime Story (alla quale la maison della Medusa ha voluto con più comunicati far sapere di non avere preso parte in nessun modo), la griffe guidata da Donatella Versace manda in passerella la collezione Go big & go home: le creazioni della collezione disegnata per la casa si trasformano in elementi del guardaroba maschile. I cuscini diventano bomber e felpe, alcune delle stampe più iconiche si rinfrescano il look mischiandosi a righe colorate o a patchwork tartan.

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Gran finale di giornata a tinte decisamente forti per Moschino. Ma di tinte forti parliamo in senso squisitamente metaforico, perché questa volta il direttore creativo Jeremy Scott manda in passerella una collezione black che più black non si può.
Ma non c’entra nulla il dress code imposto ai Golden Globe dal movimento Time’s up, questa volta. Il designer stuzzica il suo pubblico con un immaginario erotico che stimola le corde del sadomaso e del fetish. Latex a volontà, pelle nera, lingerie sexy in vista, lacci e laccetti, meno ironia e più pruderie. Per lui, ma anche per lei. Un po’ Helmut Newton e un po’ snuff movie. L’invito alla sfilata era un vhs, di quelli che non si vedono più in giro da un po’. Ci spiace non avere più un videoregistratore per vederlo. Siamo certi che ci avrebbe riservato più di una (bella) sorpresa.

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