Forse Brunello Cucinelli riuscirà a introdurre nella nostra lingua la traduzione di una delle più belle espressioni di congedo che esistano in inglese: take care (o take care of yourself), letteralmente, abbi cura. Prima ancora di parlare della collezione per il prossimo inverno Cucinelli vuole ricordare l’impegno suo, ma che potrebbe essere di tutti, imprenditori e non solo, per preservare il territorio, le competenze, l’ambiente e, last but not least, la capacità di vivere “disconnessi” da internet e quella di vestire liberi da diktat della moda.

«Sento nell’aria un desiderio di calma e silenzio, che non è necessariamente incompatibile con l’utilizzo della tecnologia – racconta Cucinelli -. Credo però che si debbano separare i due mondi, che ogni tanto si debba tenere i nostri smartphone all’oscuro dei nostri pensieri e sentimenti. Prendiamoci del tempo per camminare in un bosco, pensare a quanto è importante essere in armonia con gli altri e con l’ambiente. Dobbiamo prenderci cura, ognuno a nostro modo e secondo i nostri mezzi, delle persone, delle nostre terre, del nostro patrimonio artistico e culturale. E delle nostre anime, naturalmente».

L’imprenditore umbro ha dato vita, insieme alla sua famiglia, alla Fondazione che porta il suo nome, proprio per continuare a investire in progetti speciali, che altri chiamano di sostenibilità e Cucinelli preferisce definire «prendersi cura del creato», con un intento poetico che non tutti sempre apprezzano, ma che sarebbe invece di grande aiuto, se fosse più diffuso, in questo tempo di crescenti tensioni e sopraffazioni.

«Siamo quotati dal 2012 e abbiamo azionisti di molti Paesi. Capisco che uno shareholder che abita a Dallas, per dire, potrebbe avere qualcosa da dire se la società decidesse di devolvere parte degli utili nel restauro di un teatro in Umbria. Forse gli verrebbe da dire: e perché non costruirne uno qui in Texas? È un paradosso, ovviamente, anche perché credo che all’estero apprezzino l’impegno che abbiamo sempre dimostrato nella tutela del patrimonio culturale italiano. Ma la Fondazione, che non è finanziata dalla società Brunello Cucinelli ma dalla mia famiglia, è nata proprio per questo. Desideriamo restare azionisti di maggioranza a lunghissimo termine, ma con altrettanta convinzione vogliamo essere liberi di sostenere progetti che, apparentemente, non hanno a che fare con gli obiettivi aziendali».

Cucinelli torna sul tema della maggiore consapevolezza negli acquisti: «Scegliere come vestirci è un esercizio creativo divertente e lo è anche decidere cosa tenere nei nostri armadi – racconta l’imprenditore nello showroom milanese, entusiasta dei quattro giorni passati nello stand di Pitti –. Le nostre collezioni devono continuare a incuriosire e sorprendere per i dettagli e la qualità, ma allo stesso tempo chi acquista deve poter pensare che i capi sono, volendo, per sempre».

Per il prossimo autunno-inverno Brunello Cucinelli ha puntato sulla riscoperta del velluto, con coste di varie larghezze, su vestibilità leggermente più ampie e toni caldi, avvolgenti. «Come quelli dell’Africa in inverno», spiega. E vengono in mente le parole del primo capitolo de La mia Africa di Karen Blixen: «I colori, asciutti e arsi, parevano di terracotta».

I paesaggi che Cucinelli ha davvero a cuore sono però quelli della sua Umbria, dove in settembre festeggerà i 40 anni dell’azienda, che nel 2017 ha superato i 500 milioni di ricavi, crescendo del 10,4%. «Con la Fondazione di famiglia ci siamo appena impegnati nel restauro del teatro Morlacchi di Perugia – conclude Cucinelli –. Un’impresa è sana se chiude i bilanci in utile e poi riesce a coniugare profitto e dono».

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