«Scriviamoci d’amore, l’unico classico che dura»

[widget id=”text-16″]








Ci sono cose – come le lettere d’amore – che immaginiamo passate, perdute, lontane. E invece oggi a pensarle, scriverle, riceverle, proprio per la rarità di cui sono portatrici, hanno più forza e senso di ieri.

Per loro nasce Ultra Violet, la posta del cuore di Vanity Fair, spazio di conversazione sul nostro sito sui sentimenti ai tempi di WhatsApp, luogo speciale in cui «parleremo di tutto, ma su tutto di due cose: uno, di come fare a farsela passare, e due, di come fare i conti con la grande verità che da innamorati siamo la versione peggiore di noi (parziale attenuante: in questo campo sbagliare tutto non cambia niente)», racconta la scrittrice Ester Viola, che sarà la padrona di casa.

Perché, diciamocelo: «L’amore è l’unico grande classico che dura. Insomma, di che altro vuoi parlare?». Due gli appuntamenti: uno nella sezione Vanity Stars il lunedì (si parte il 15 gennaio), con la pubblicazione online di una vostra lettera e della risposta di Ester, l’altro il giovedì, con una versione express illustrata in 140 caratteri sui nostri canali social.

Ester Viola – «dilettante in varie scienze (mi pare sia una definizione di Flaiano, non mi ricordo dove l’ho letta, ma mi fa sempre ridere)» – nasce e cresce a Morbegno, paesino in provincia di Sondrio. Padre preside, mamma insegnante, liceo a Benevento, «nebbia fitta d’inverno e pace, molta campagna, troppa campagna, da cui viene la passione per le città. Quindi Napoli, l’università, Giurispudenza, e i primi lavori. E soprattutto la metropolitana di Napoli, quella che non passa mai (molto peggio del passato), per andare in tribunale di mattina. In quell’oretta scrivevo su Twitter, da Twitter è venuto tutto. Quando mi chiedono “come sei diventata l’Ester Viola di oggi?”, l’unica risposta che ho è “in metropolitana”».

Sì, perché è in quel tragitto che lei – di professione avvocato divorzista – inizia a essere molto presente sui social. A lanciare in rete pillole di vita come «Sogno un mondo migliore, in cui il tizio arriva sulla riva del fiume quando ti interessa ancora. Quasi cadavere, ma rianimabile». O «nella vita, appena t’accorgi che tutto procede per stati ansioso-depressivi sempre diversi e inutili da curare, ce l’hai fatta». O «sii gentile, non sai mai quanto poco ha dormito la gente». Pillole in rete che hanno un discreto successo. Successo da cui viene anche un libro, L’amore è eterno finché non risponde (Mondadori), in cui trovi piccole storie verissime come: «Niente al mondo, nemmeno l’amore del primo minuto è forte quanto la voglia di andarsene dell’ultimo»; «Quasi nessuno trova la forza di lasciare tutto quando sta male, figuriamoci quando sta bene, relativamente bene, o anche solo bene in misura accettabile»; «C’è un punto preciso, della relazione immaginaria, in cui il soggetto amoroso si rassegna a smettere. È una specie di lasciarsi con nessuno da lasciare».

Maestri? «Nick Hornby, Alta Fedeltà: “Appena ho visto Laura fuori del negozio ho capito assolutamente, senza nessun dubbio, che la desidero ancora. Ma questo probabilmente dipende dal fatto che è lei a rifiutare me. Se potessi indurla ad ammettere che c’è la possibilità di rimetterci insieme, le cose mi sarebbero più facili: se posso andare in giro senza sentirmi ferito, e impotente, e infelice, riesco a tirare avanti anche senza di lei. In altre parole, soffro perché lei non mi vuole; ma se arrivo a convincermi che un po’ mi vuole ancora, allora starò di nuovo bene, perché a quel punto sarò io che non la vorrò più, e potrò cercarmi un’altra”. Tutto quello che c’è da sapere sull’amore è in queste righe».

Che cosa cerchiamo, in fondo: «Quasi tutte le lettere – anzi forse dalla prima all’ultima – sono la replica del seguente schema “ho capito che non mi ama, o almeno non come vorrei io. Come faccio a dimenticare?”. Dimenticare non cresce sugli alberi. Il punto è quello, non “sto male”, ma “per quanto starò ancora così male?”. Tempo. Sai l’unica consolazione quale potrebbe essere? La più banale: una data. Un conto alla rovescia. Sarebbe abbastanza per inziare a sentirsi meglio. Contare i giorni che ci separano da una nuova felicità o dalla fine di un dolore: un numero, chiediamo, mica la cura».

Quando le chiediamo le 3 regole di sopravvivenza amorosa ai tempi delle chat veloci, dei social governati dai like, risponde: «Non badarci, trascurare i dettagli, non stare attenti a niente. Con i social hai anteprime continue. Di tutto. Quasi ogni causa di separazione adesso inizia quando uno s’accorge che l’altro sta troppo tempo online su WhatsApp. È aumentata la lista dei tormenti, i social sono una miniera di indizi che dicono: “Preoccupati”. E s’aggrava la già cronica malattia degli innamorati: sospettare di tutto».

Quindi, fatevi avanti, siamo qui (per scivere a Ester: ultraviolet@vanityfair.it): «Mi aspetto che mi scriva chi sta male, chi sta bene, chi sta talmente bene che gli pare un’ingiustizia, chi ha paura che finisca una storia d’amore a cui tiene, chi ha paura che non inizi mai, chi è stato messo a fare il migliore amico e si tiene la parte perché è meglio di niente. Chi “è meglio niente” e intanto soffre come un cane. Chi aspetta di sentirsi meglio, chi ha solo voglia di raccontarmi una storia, chi ha una bella domanda, chi ha domande stupide ma vuole farle lo stesso. Chi la risposta già la conosce, ma ha bisogno che qualcuno gliela ripeta».

Lettere d’amore, ma non solo: «Che poi le più belle che ho letto non sono nemmeno precisamente d’amore. Sono le lettere alle amiche di Céline. “Sia decisa – scrive a Erika – , non racconti, faccia – non parli più del suo passato… se la sta cavando benissimo”. Céline è stranamente bravo anche in una materia impraticabile, i saluti finali. Le due righe di chiusura sono dei capolavori autonomi: “Tanti buoni baci, N. e si diverta molto pensando a me. Si possono amare molte persone contemporaneamente. È una verità che spesso uno scopre quando muore. Il suo buon amico, Louis”. E poi la cosa più bella. Céline chiudeva spesso le sue lettere alle amiche scrivendo “Abbi ambizione”. Hai presente il punto preciso in cui non c’è più niente da aggiungere? Direi che l’abbiamo trovato».

[widget id=”text-17″]

Continua a leggere

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *