«La mia vita suona il rock»

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Di Jean-Marc Lalanne

Questa intervista è tratta dal numero 2 di Vanity Fair in edicola da mercoledì 10 gennaio

Nell’Uomo di neve, thriller psicologico di Tomas Alfredson (La talpa, Lasciami entrare), Michael Fassbender interpreta Harry Hole. È un poliziotto con una reputazione prestigiosa che ha rovinato con notevoli quantità di alcol e tabacco, tra gli altri strumenti di autodistruzione. Mal rasato, sboccato, vagamente nevrotico, Hole ha quindi toccato il fondo. Potremmo anche dire che «si è scavato la fossa», ma l’attore ci mette in guardia su questo gioco di parole «hole/fossa»: «Il personaggio si chiamava già Hole nel romanzo norvegese di Jo Nesbø, di cui il film è un adattamento.

Non sono sicuro che il gioco di parole funzioni anche in quella lingua». Eppure di uomini che si scavano la fossa da soli, Fassbender ne ha interpretati più di uno. Soprattutto con Steve McQueen: un attivista messo in prigione in Hunger, un sesso-dipendente che lotta contro le sue pulsioni in Shame. Come può un ragazzo così forte, che ama il surf e la moto, essere diventato al cinema un’immagine così eloquente della debolezza umana? È con questo paradosso che abbiamo iniziato una conversazione, in un quartiere alla moda di Londra. Dice Fassbender: «Ho una regola: ogni sera devo staccarmi da tutto ciò che costituisce un personaggio. Tutte le nevrosi, tutte le sofferenze».

Applicare la regola richiede sforzo? Lei è incline a confondersi con il suo personaggio?
«Sì, è una tentazione alla quale ho imparato a resistere. È un lavoro strano, fare l’attore. Consiste nell’assorbire gradualmente un’esperienza di vita che non è la propria. E poi bisogna riuscire a dare l’illusione che sia la nostra. Ad alcuni attori piace restare in questo limbo fluttuante tra loro e i personaggi. A me non per forza, mi piace entrare e uscire e tracciare dei confini netti tra il dentro e il fuori».
Steve McQueen ha visto in lei una propensione a incarnare la sofferenza, che ha usato nel suo primo film, Hunger, di cui poi ha svelato una seconda sfaccettatura in Shame. Si è sorpreso che un regista riesca a trovare in lei questa capacità di incarnare il sacrificio?
«Hunger (del 2008, ndr) è stata l’occasione della vita. Non avevo mai avuto la possibilità fino ad allora di avere cose così profonde da recitare, in un’opera così significativa. Il ruolo richiedeva un investimento molto forte. Prima di tutto fisico, visto che ho dovuto perdere molti chili, ma anche psicologico. E il modo in cui Steve McQueen girava era anch’esso molto impegnativo. A volte dovevi girare ventisette pagine di sceneggiatura in un piano e una ripresa. Il piano sequenza (una sequenza narrativa girata con una sola inquadratura, senza stacchi, ndr) è la cosa più emozionante che esista per un attore. A volte, in alcuni film, in particolare le produzioni molto grandi, i piani sono così brevi, il lavoro che ci viene chiesto è così scomposto in piccoli gesti, micro-atteggiamenti, che a volte mi sembra che una scimmia addestrata potrebbe farlo bene quanto noi». Ride.
L’interpretazione in Hunger dell’attivista irlandese Bobby Sands, morto in seguito a uno sciopero della fame, l’ha cambiata?
«Mi ha stravolto come attore, sì. Mi sono isolato per settimane prima delle riprese. Innanzitutto per motivi pratici: per perdere peso ho dovuto quasi smettere di mangiare e mi innervosiva troppo essere circondato da persone che continuavano a mangiare! Ma anche perché avevo bisogno di vivere in uno stato di isolamento. D’altronde sono irlandese, quindi la figura di Bobby Sands ha un significato molto profondo per me. Il mio impegno in questo film è stato così forte, ho imparato che è possibile girare un film mettendoci dentro l’anima».

Entrare nella saga di X-Men è stato decisivo per la mia carriera, mi ha portato una notorietà incomparabile con quella di prima. Questo cambia un po’ tutto dopo

Quali altri film, secondo lei, hanno rappresentato i pilastri della sua carriera?
«Anche gli altri due film che ho girato con Steve McQueen hanno avuto un ruolo importante: Shame (del 2011, ndr) e 12 anni schiavo (2013). Incontrare Ridley Scott e girare con lui Prometheus (2012) e poi Alien: Covenant (2017) mi ha insegnato molto. E infine, entrare nella saga di X-Men è stato decisivo per la mia carriera, mi ha portato una notorietà incomparabile con quella di prima. Questo cambia un po’ tutto dopo. Le proposte aumentano, ma ti può anche privare di molto».
Prima di essere scelto per incarnare il giovane Magneto in X-Men: L’inizio, nel 2011, i supereroi facevano parte della sua cultura?
«Non proprio. Ma comunque ho iniziato amando il cinema come puro spettacolo. Quello che si impara lavorando a queste mega produzioni è che se i film sono divertenti da guardare, spesso non lo sono per niente da girare. Il lavoro consiste nell’attenersi nel modo più preciso possibile a ciò che ti viene richiesto. Ho appena finito le riprese a Montreal di X-Men: Dark Phoenix. Il film è diretto da Simon Kinberg, che era produttore dei capitoli precedenti».
Le ha fatto venire voglia? Ha in programma di fare il regista un giorno?
«Non lo so. Ma in ogni caso è vero, sono questioni che mi ronzano in testa».
E quando fa la parte di Magneto, in che modo si cala nel personaggio?
«Lo devo rendere vero per me, capire da dove viene, sentire il suo passato. Vedo il personaggio come un attivista. Fin dall’inizio, il riferimento più importante è stato Malcolm X. Mentre il Professor X è piuttosto Martin Luther King».

Si ricorda i motivi per cui è diventato attore?
«All’inizio volevo fare il musicista. Era parte essenziale della mia vita dai 15 ai 17 anni. Suonavo la chitarra, facevo heavy metal. Un giorno, un mio amico venne a casa mia per provare e, ascoltandolo, mi sono accorto di quanto fosse bravo come chitarrista, e mi sono detto: ok, io non sono per niente all’altezza. Forse la musica non fa per me».
Da adolescente ascoltava solo metal?
«Essenzialmente sì, ma non solo. Adoravo Metallica, Iron Maiden, Megadeth. Ma mi piaceva anche il rock di fine anni ’60, Jimi Hendrix, i Doors».
Non era interessato al Britpop, che esplodeva all’epoca?
«No, per niente. Però ero abbastanza sensibile al grunge. Ma la mia cultura rimaneva comunque l’heavy metal».
Anche nel look?
«Sì, certo. Avevo i capelli lunghissimi a 16 anni. Erano tremendi. Stavo malissimo».
E com’è passato dal desiderio di fare il rocker a quello di fare l’attore?
«In quello stesso periodo, un ex allievo del mio liceo è tornato per fare un corso di recitazione. Fin dal secondo anno, era chiaro che quello era il miglior modo per potermi esprimere».
Aveva dei modelli?
«Certo. Marlon Brando prima di tutti. Nessun altro attore mi fa questo effetto. Mi piace la sua intelligenza e la sua istintività. E fisicamente mi affascina, potrei guardarlo per ore. È veramente unico».
È affascinato anche dalla sua vita, tragica sotto molti aspetti?
«Ho letto una biografia quando ero giovane, ma è difficile giudicare. Ma io non sono particolarmente sensibile al mito dei grandi artisti che si autodistruggono. È l’attore che mi colpisce più del suo destino come persona. Magari quando ero molto giovane, a 18 o 19 anni, avevo questa visione romantica dell’arte che mi faceva pensare che la sofferenza fosse un terreno fertile per creare. Ma ora preferisco di gran lunga essere felice. E vedo quello che faccio come un lavoro, o una disciplina sportiva».

Nessun altro attore mi fa questo effetto all’infuori di Marlon Brando. Mi piace la sua intelligenza e la sua istintività. E fisicamente mi affascina, potrei guardarlo per ore

Ha l’impressione di dare qualcosa quando recita o piuttosto che le venga preso?
«Io faccio i compiti e arrivo super preparato. Ma spero sempre che il regista saprà trovare in me qualcosa che non sapevo di aver portato. In particolare ho avuto questa impressione con Terrence Malick (nel film Song to Song del 2017, ndr). Il suo metodo è davvero incredibile. L’improvvisazione ha una parte importante e allo stesso tempo molte cose sono scritte. Per il mio primo giorno di riprese mi ha dato venti pagine di monologo. Gli ho detto che mi era impossibile impararle per il giorno stesso. Mi ha detto: “Ok, improvvisa da quello allora”. Lui ha la particolarità di non smettere quasi mai di girare durante tutta la giornata. Nemmeno per pranzare. Lavoriamo fino a sera, continuamente. Quindi è molto stancante. Ma è un’esperienza indescrivibile. E Terrence è una persona meravigliosa».
Vive a Los Angeles?
«No, a Lisbona, dall’anno scorso. Prima ho vissuto per vent’anni a Londra. Non ho mai vissuto negli Stati Uniti».
E quando gira negli Stati Uniti, non si sente straniero?
«Ma io sono straniero! L’Europa è la mia casa. Negli Stati Uniti mi piace lavorare, ma non mi piacerebbe assolutamente vivere a Los Angeles. L’industria del cinema lì è troppo concentrata. E quando non lavoro, preferisco allontanarmi da tutto questo».
Visto che gira molti film, non è spesso a Lisbona, vero?
«Quest’anno ho girato solo X-Men. Il resto del tempo ho viaggiato molto. Sono stato in Sudafrica per un po’, per il surf».
È sempre stato appassionato di moto.
«Non più così tanto. Un’altra passione ha preso il suo posto: quella per le auto da corsa. Mi sono sempre piaciute le macchine, la velocità. Quando ero piccolo, mi mettevo sulle ginocchia di mio padre quando guidava. Ma di recente ho avuto l’opportunità di guidare delle supercar in pista, ed è un’emozione senza eguali. Adoro sentire questo legame tra il corpo e la macchina, cercando di portare al limite sia l’uno che l’altra. È un’esperienza meditativa».
E il surf, anche quello è meditativo?
«Assolutamente. Le auto da corsa e il surf sono tra le cose che amo di più nella vita».
E dove surfa?
«Spesso a Biarritz: è forse il luogo al mondo dove mi sento meglio. In ogni caso, non c’è posto migliore della campagna, in mezzo alla natura. Ci sono cresciuto e ho bisogno di tornarci il più spesso possibile».

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