Spuntano come funghi, anzi no, come foglioline di marijuna. È il caso di aggiornare il vocabolario di fronte al “canna-business” che, dal 2005 ad oggi, ha registrato una crescita del 300 per cento. In otto città italiane su dieci è presente un “growshop”, ovvero un negozio dove è possibile acquistare infiorescenze di cannabis light, semi e tutto l’occorrente per la coltivazione della marijuana fai-da-te. Un vero boom. Dalla Lombardia, che detiene il primato regionale con 67 esercizi, alla Capitale che conta 36 negozi distribuiti in tutta la provincia. A rivelarlo è Magica Italia, la prima guida italiana dedicata al mondo della cannabis, che ha censito gli oltre 400 negozi dedicati alla canapa legale del Belpaese. L’ultimo ad alzare la serranda, proprio oggi, nella centralissima via Galvani a Roma, è “Thc 501”. Il proprietario, Valerio Lorenzini, ha poco più di trent’anni, osserva entusiasta il via vai di persone che riempie il negozio e non può far a meno di esclamare: “Questo è il business del momento”.

Al pari degli Usa e di molti altri paesi europei, gli italiani usufruiscono dei growshop non solo per acquistare sostanze psicoattive legali, ma anche una vastissima gamma di prodotti “derivati” dalla canapa o accessori per fumatori. Il mondo della cannabis e dintorni è vastissimo. Chi pensa solo ai fiori di marijuana essiccati con basso contenuto di tetraidrocannabinolo (sostanza psicoattiva che oltre la soglia del 6 per cento è proibita dalla legge) o alle semenze sbaglia. Ci sono anche accendini, posacenere, cartine, abbigliamento, cosmetica, alimenti, integratori e così via. La lista è lunghissima.

Come confermano le statistiche, però, nella hit dei prodotti più venduti ci sono i semi di cannabis, che in Italia vengono commercializzati a “scopo collezionistico”. Ed è proprio qui che, sul business della marijuana legale, si addensano delle ombre. A differenza delle inflorescenze, le semenze, 300 varietà in tutto, hanno tutte un Thc che supera la soglia legale. Chi le acquista (teoricamente) lo fa nel nome della salvaguardia della biodiversità e le deve conservare in un cassetto. Se le coltiva? Commette un reato. Questo sembra interessare poco ai clienti che, come confermano alcuni esercenti, “preferiscono avere a casa una piantina di marijuana piuttosto che andare a prenderla dallo spacciatore”.

Non interessa tanto nemmeno a chi vende, non solo semi ma anche tutto quello che serve per coltivarli: terriccio, fertilizzanti, serre. Anzi, gli operatori del settore fanno lobby e, sempre più consapevoli del loro peso sul mercato, spingono per la liberalizzazione. “I growshop non sono semplici attività commerciali. Oggi rappresentano dei punti di riferimento per gli amanti della cultura della canapa e dei veri e propri hotspot antiproibizionisti”, conferma Matteo Gracis, direttore editoriale del magazine Dolce Vita che pubblicherà i dati raccolti da Magica Italia. “Nel 2015 l’Istat ha documentato oltre 4milioni di consumatori in Italia, è il momento di regolarizzare un settore che esiste ed è – di fatto – è in mano alle narcomafie. Sono i negozianti a chiedere leggi precise e chiare sui prodotti da commercializzare, meno bufale e fake news sul mondo della canapa e la possibilità di lavorare senza pregiudizi. In molti paesi nel mondo l’hanno capito, auspico che anche la politica italiana sappia dare una risposta adeguata in tempi brevi”.



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