Il sipario non si è ancora alzato. Ma fa già discutere la Carmen che andrà in scena dal 7 gennaio al Teatro del Maggio di Firenze. Perché lei, Carmen, la zingara più bella, intelligente e affascinante protagonista del capolavoro di Bizet, stavolta non muore. E sulle note finali dell’ultimo atto sfila la pistola a Don José, l’uomo che l’ha amata e al contempo riempita di botte, e lo uccide nell’estremo tentativo di salvarsi dopo avergli preferito l’amore del toreador Escamillo.

Un finale rovesciato, capovolto, fortemente voluto dal sovrintendente del Maggio, Cristiano Chiarot.

«E se questa volta Carmen non morisse?», il suo suggerimento al regista Leo Muscato che ha sceneggiato e portato sul palcoscenico questo epilogo dopo aver superato le iniziali perplessità e aver capito «che non c’è nessun tradimento del libretto o della musica». Una Carmen rivoluzionaria, con cui il Maggio accende i riflettori sul tema del femminicidio. Con cinque repliche da tutto esaurito e non pochi malumori tra i melomani più ortodossi.

«Nel finale della nostra Carmen la protagonista è posta di fronte al dilemma se “difendersi o soccombere” e il suo istinto la porta a difendersi», spiega Muscato. Certo, si tratta di un atto estremo, violento. Come violenta, difficile e aspra è stata la vita di questa donna che, nella sua versione dell’opera, vive in un campo nomadi nel 1980 (e non nella Siviglia del 1800) e lavora in una fabbrica di sigarette. Ma è una reazione figlia di anni di percosse e soprusi subiti. E raccontati al pubblico durante i quattro atti dell’opera. In cui la fatica e le difficoltà trasudano da roulotte malandate e piene di buchi, dai vestiti rattoppati e da una quotidianità resa ancor più gravosa dalle dure condizioni di vita del campo.

Sono tante le scene in cui Carmen si mostra con il volto sanguinante e tumefatto. Come tante donne di oggi, magari sue coetanee, che subiscono violenze continue. Ma il gesto estremo che la porta a trasformarsi in carnefice del suo oppressore non è assolutorio. «Carmen non muore fisicamente. Ma una parte di sé si spegne comunque», spiega Muscato che non giustifica né legittima l’omicidio come l’unica via d’uscita per le donne vittime di violenza. Anzi: «Con questa lettura vogliamo ribadire che non bisogna accettare passivamente una violenza da parte di un uomo che dice di amarti, come fa Don José, ma che continua a ossessionarti. Vogliamo dire alle donne che esiste una possibilità per difendersi. Sempre e comunque».

Un messaggio condiviso anche da Veronica Simeoni, l’attrice nei panni di Carmen: «Oggi ci sono tanti modi per ribellarsi alle violenze, fisiche e psicologiche. Le donne possono e devono denunciare, rivolgersi ai centri antiviolenza, usare gli strumenti che lo Stato mette a loro disposizione. Spero che questa Carmen possa servire anche agli uomini. Per suggerigli che c’è bisogno di un altro linguaggio, più carico di dolcezza e umanità».

A chi, poi, in questi giorni lo ha accusato di aver riscritto il finale nel nome del «politicamente corretto» Muscato risponde che questo è uno spettacolo «tutt’altro che corretto, emotivamente difficile da vedere, perché c’è tanta violenza in scena è ciò che accade è molto forte. Come forti, duri e violenti sanno essere a volte gli uomini». Lo spettacolo farà discutere, dividerà «ma mi illudo che possa far riflettere, anche solo per cinque minuti, su un tema così tragicamente attuale», confessa il regista.

Una Carmen che dice stop al femminicidio ma che è anche «un messaggio di speranza, universale, univoco, privo di genere», aggiunge il mezzosoprano Simeoni. Aver riletto il finale è un atto di libertà che non significa uccidere Bizet, né la novella di Mérimée a cui l’opera si ispira: «Si tratta di arte, è l’arte è libera», rivendica Muscato. Come ogni artista. Come ogni uomo e ogni donna. Come Carmen.



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