Anelli, collane, spille, orecchini e fermagli realizzati con i bozzoli dei bachi da seta tinti e lavorati a mano. Nasce con una mission ecosostenibile, Equilibrium, la collezione di accessori che prende vita dall’estro creativo di Valentina Mescrino, artista napoletana di nascita e lombarda d’adozione.

«L’arte é sempre stato il mio elemento naturale – racconta Valentina – Da piccola non ero molto brava in matematica e logica e ho avuto anche piccoli problemi di dislessia,  la mia attitudine é sempre stata l’espressione artistica – prosegue –  Ho avuto da sempre una grande manualità in tutti gli ambiti, ho ristrutturato diverse case in cui ho abitato, sostituendo mattonelle, rubinetti e rasato muri, mi destreggio molto bene anche con seghetto elettrico, trapano e saldatrice».

Un temperamento poliedrico che, nel corso degli anni,  le ha permesso di collezionare esperienze lavorative eterogenee quali la scenografa in villaggi turistici, sputafuoco nei festival di strada fino alla realizzazione di oggetti vintage nei mercatini artigianali. «Ho iniziato a lavorare il feltro artistico realizzando cappelli,  gioielli, sciarpe e mantelli . Poi, con il tempo dal feltro sono gradatamente passata alla sartoria creativa».

Nel territorio di San Pancrazio l’allevamento del baco da seta (e’ bigat) era praticato da tempo immemorabile. Era, come per la canapa, un’attività frammentata in piccole unità a dimensione familiare. Si dice che all’inizio del XX° secolo l’ottanta per cento delle famiglie presenti sul nostro territorio, contadini, braccianti, artigiani, allevassero il baco da seta.
Questa attività scompare a metà degli anni Trenta con l’avvento delle prime fibre artificiali e col conseguente crollo del prezzo della seta sul mercato. Una ripresa c’è ma sporadica e di breve durata, durante gli anni del secondo conflitto mondiale.
Se nella famiglia contadina il vitto è assicurato dal grano e dal maiale, se i tessuti in gran parte sono forniti dalla lavorazione della canapa, con la vendita dei bozzoli (bozal) al mercato della seta, in giugno, entrano in casa i primi soldi di quell’anno, in contanti.
Il fattore porta il seme bachi
L’allevamento inizia verso la fine del mese di aprile. Seguendo il provverbio secondo il quale per S. Marco, il 25 aprile, “il baco o è posto o è nato” (par Sa Merch e’ bigat o l’è post o l’è ned), la famiglia contadina riceve dal fattore un’oncia (onza) o un’oncia e mezzo di seme bachi con mille raccomandazioni.
Per soddisfare alcune esigenze particolari accade spesso che la famiglia contadina decida di allevare per proprio conto un quarto o una mezza oncia (onza) di bigatti insieme a quelli forniti dal padrone. Questa quantità di seme bachi viene acquistata privatamente dai rivenditori specializzati della zona.

Preparazione dei bazzi
Dalla fine di aprile fino a metà giugno la famiglia contadina è sottoposta ad un lavoro intenso e a disagi notevoli perché l’allevamento dei bachi richiede attenzioni e cure assidue. Normalmente i bachi vengono sistemati su intelaiature voluminose, i bazzi (i bez) al piano superiore della casa, nelle camere da letto e nei magazzini, per evitare l’umidità. Spesso le persone vanno a dormire nella stalla (int la stala), nel capanno (int e’ capan) o in altre parti della casa.

Incubazione naturale sul seno dell’azdora
Per far schiudere le uova, queste devono essere poste in incubazione per circa una settimana ad una temperatura possibilmente costante di 25 gradi. A ciò provvede di solito la donna anziana della casa perché è senza dubbio la più esperta e la meno impegnata nei lavori dei campi.
Estrae dalla loro custodia le cartine su cui sono fissate le numerosissime, piccolissime uova nere, le avvolge in una pezzuola (la gulpadina) e perché stiano calde pone la gulpadina sul proprio seno, fra la sottoveste e il busto, mentre di notte la mette nel letto sotto il cuscino dei piedi.
Schiusa della uova
Dopo cinque o sei giorni di incubazione le uova cominciano a schiudersi. Sopra i bacolini neonati viene posta una reticella a maglia fitta o un foglio di cartapaglia forata con fori da un millimetro di diametro. Sopra la carta viene sparsa della foglia di gelso (foja d’mor) tritata finemente.
Le piccole larve attratte dall’odore della foglia cominciano a salire attraverso i fori della carta gettandosi a mangiare voracemente la foglia tritata. Quando tutti i bacolini sono saliti sulla carta, queste viene trasferita su un setaccio (sdaz) da farina e di nuovo viene distribuita sopra i bachi altra foglia fresca tritata.
Raccolta della foglia di gelso
Reperire la foglia di gelso non è un problema perché in campagna dei gelsi ce ne sono a volontà. Si trovano lungo i filari delle viti, lungo i sentieri dei campi, lungo le rive dei fossi, attorno alle case. Raccogliere la foglia di gelso è normalmente compito degli uomini, ma quando i bigatti mangiano della grossa (i magna dla grosa) anche le donne svolgono questo lavoro.
Il ciclo del baco da seta
Il bacolino appena nato è lungo circa un millimetro, è di colore nero e molto peloso. Durante il suo sviluppo, che dura poco più di trenta giorni, le sue dimensioni aumentano di circa ottomila volte. Per compiere questa trasformazione la larva cambia periodicamente il proprio rivestimento esterno. Questa operazione prende il nome di muta, o sonno, o dormita. Durante la muta il baco non mangia e rimane con la testa diritta per più di un giorno e non deve essere in alcun modo disturbato perché sta attraversando una fase importante e delicata dello sviluppo. Alla fine della muta il baco ha cambiato pelle e riprende a mangiare fino alla muta successiva. Le mute sono quattro e suddividono la vita del baco in cinque età, dette in gergo mangiate:

1° età dalla nascita al 7° giorno;
2° età dall’8° al 12° giorno;
3° età dal 13° al 17° giorno; 4 ° età dal 18° al 23° giorno;
5° età dal 24° al 29° giorno;
Segue poi la filatura e l’imbozzolamento.
Quando i bachi sono in quarta muta si dice che stanno dormendo della grossa (i dorma dla grosa); quando sono nella quinta età si dice che stanno mangiando della grossa (i magna dla grosa). Infatti in 6-7 giorni il baco divora il 70 percento della foglia di gelso che gli serve per il proprio sviluppo.
I bachi crescono rapidamente e quando i setacci diventano piccoli per poterli contenere tutti venivano trasferiti sui graticci (i garzul) del bazzo. Le azdore si preoccupano di tenere sempre pulita la lettiera e cambiano i graticci sempre più frequentemente; stanno tutto il giorno attorno ai bigatti e gli uomini sono impegnati a raccogliere la foglia dalla mattina alla sera. Nell’ultima età arrivano a sostituire il graticcio un giorno sì e uno no e il lavoro diventa frenetico. Per allevare un’oncia e mezzo di bigatti (45 grammi di seme bachi pari a 60.000/90.000 uova bachi) si devono allestire più di 10 bazzi per un complessivo di circa 50 graticci e per alimentare i bachi occorre raccogliere circa 15 quintali di foglia di gelso.
Filatura e imbozzolamento
Al termine del ciclo, il baco smette di mangiare e comincia a mandare segnali di filatura della seta emettendo un esilissimo filo di bava da un foro che sta sotto la sua bocca.
A questo punto si predispone il bosco (e’ bosch) affinché il baco possa salire a cercare il luogo a lui più gradito per tessere il bozzolo. Il bosco viene preparato normalmente con fascetti di ramoscelli di acero campestre (opi), o di sarmenti di viti (sarmant).
Quando il baco ha trovato il posto più idoneo comincia col tessere una trama di fili robusti di sostegno, al centro della quale va a porsi per iniziare a costruire il bozzolo. Con un continuo movimento avanti e indietro della testa il baco tesse attorno a se’ una trama di fili di seta sempre più fitta fino a chiudersi completamente dentro. Impiega circa due giorni per finire il bozzolo.

Tra storia e leggenda
L’allevamento del baco da seta risale a tempi antichissimi essendo addirittura citato nei libri di Confucio (2600 a.C.). i testi riportano, infatti, una leggenda che attribuisce a Xi-Ung-shi, moglie quattordicenne dell’imperatore Hoong-Ti, il merito di essere stata la prima a insegnare l’arte di allevare il filugello e di svolgere il bozzolo. Si narra che l’imperatrice stava passeggiando quando notò un bruco. Lo sfiorò con un dito e dal bruco spuntò un filo di seta. Man mano che il filo fuoriusciva dal baco, l’imperatrice lo avvolgeva attorno al dito, ricavandone una gradevole sensazione di calore. Alla fine vide un piccolo bozzolo e comprese improvvisamente il legame fra il baco e la seta.
invano comunque si cercherebbe l’epoca e il luogo in cui ha avuto origine l’allevamento del baco allo stato domestico; la maggior parte degli autori addita come culla della sericoltura la Cina altri invece l’india.
Certo è, invece, che i regnanti orientali si adoperarono con la massima energia per non far trapelare il segreto della produzione della seta, impedendo con pene severissime, che comportavano anche la pena di morte, l’esportazione delle uova del baco da seta.
Una leggenda racconta che solo intorno al 420 d.C. una delle figlie dell’imperatore del Celeste impero, andando sposa a un principe di Khotan – città Stato del bacino del Tarim, oggi compresa nei confini della Cina – e volendo assecondare i desideri del marito, nascose nei capelli il seme del gelso e le uova del baco da seta; i doganieri, non osando toccare la pettinatura della principessa, lasciarono uscire il prezioso oggetto di contrabbando.
Anche i greci conoscevano la seta e, in particolare, due diversi tipi di seta: la bombicina e la serica. La prima, cui fa riferimento Aristotele (336 a.C.), era prodotta da un bruco diverso dal filugello, oggi probabilmente scomparso; la seconda prodotta nei paesi Seri, probabilmente localizzati nell’Asia centrale (india o Cina), da cui il nome “Sericola” o “Serica”. Attorno al ii secolo a.C. si perde notizia della seta bombicina, sostituita ormai completamente da quella prodotta da Bombyx mori, più gradita per le migliori qualità merceologiche.
in seguito, secondo alcune fonti, sarebbe stato Cesare, di ritorno dall’Anatolia attorno al 50 a.C., a portare a Roma alcune bandiere, catturate al nemico, di uno sfavillante tessuto sconosciuto che suscitò uno straordinario interesse: era appunto la seta. Sebbene i romani conoscessero e apprezzassero la seta, solo intorno al 550 d.C., attraverso l’impero bizantino, si hanno le prime notizie della diffusione in Europa della sericoltura. Leggenda vuole che due monaci dell’ordine di S. Basilio agli ordini dell’imperatore Giustiniano, essendo a conoscenza del fatto che la seta veniva prodotta da un bruco e ritenendo che questo si sarebbe potuto facilmente acclimatare nell’impero, riuscirono a portare a Costantinopoli delle uova di baco da seta nascoste nel cavo di alcune canne di bambù. Probabilmente la vicenda dei monaci è solo una leggenda ma l’evento è stato tramandato per secoli e, se pur approssimativamente, può essere assunto come un momento chiave dell’espansione della bachicoltura in Europa.

Durante il XViii e XiX secolo gli europei progredirono nella lavorazione della seta. Già nel XViii secolo l’i nghilterra era all’avanguardia in Europa nella produzione, in conseguenza alle innovazioni tecnologiche del settore tessile, che includevano telai elettrici e stampanti a rullo in questo periodo furono portate a termine numerose ricerche sui bachi da seta che aprirono la strada a un approccio più scientifico verso la produzione della seta.
• La sericoltura in Italia Le origini
un alone di mistero circonda a tutt’oggi le origini della bachicoltura in italia, così che rimane piuttosto difficile stabilire quale sia stata la prima area bachi-sericola italiana e quali siano stati i fattori che determinarono l’avvio dell’attività serica nel nostro paese.
Se la maggior parte degli studiosi individua nella Sicilia il primo centro della comparsa della bachicoltura, alcuni autori pensano, invece, a un’origine più o meno contemporanea in varie zone d’italia sia del sud, Sicilia, Calabria e Campania, sia del Nord. Per il Nord vanno segnalate soprattutto Venezia e Genova grazie ai loro contatti con l’Oriente bizantino. in queste zone la conoscenza della bachicoltura, come anche dalla tessitura, non si sarebbe diffusa per espansione dal Sud e dal Centro della Penisola, bensì direttamente dall’Oriente.
Di recente, è emerso che fra le prime località sericole dell’italia settentrionale vi furono anche Bologna (Xiii secolo) e Trieste (XiV secolo) e che in italia la produzione serica si diversificò: Bologna si specializzò nella produzione di tessuti più leggeri, Venezia nei drappi più pesanti e Genova nei velluti.
L’espansione
All’ inizio del XV secolo a Firenze si fabbricavano tessuti in seta e oro, specialmente le sete leggere, dando lavoro soprattutto alle donne che in questa attività arrivavano a percepire un salario annuo (30-37 fiorini) di molto superiore a quello femminile medio dell’epoca (7 fiorini).
Dalla seconda metà del Quattrocento si assiste sia al progressivo diffondersi della tessitura in molte città italiane sia al suo ricomparire in centri dove era precedentemente andata in declino. La richiesta di tessuti serici, nella penisola e fuori, divenne così pressante che in breve la sericoltura si affermò in tutta italia; le corporazioni della seta divennero ricchissime fino a rappresentare una potente forza politica ed economica. ii benessere prodotto risultò ovunque enorme e la nostra penisola arrivò a detenere il monopolio dell’arte serica.
Di qui la forte esigenza di seta greggia, la cui provenienza era però limitata a Sicilia, Calabria, Spagna, Levante, Persia che ne fornivano quantità consistenti.
Questa limitazione nell’approvvigionamento ebbe termine quando tra il 1500 e il 1600 il gelso bianco (Morus alba), grazie anche alla migliore qualità della seta prodotta con l’impiego della sua foglia, soppiantò ovunque il gelso nero (Morus nigra) poiché, oltre a fornire una migliore foglia per l’alimentazione dei bachi, produceva un’abbondante quantità di more che venivano impiegate a scopi terapeutici e alimentari.
Dal Xi secolo e fino alla metà del XVii il monopolio della seta era saldamente in mano all’italia, poi iniziò la decadenza dell’arte serica nazionale in seguito al suo sviluppo nel resto d’ Europa e, soprattutto, in Francia. Qui, oltre che in Germania e inghilterra, grazie alla manodopera specializzata italiana emigrata in tali paesi, il setificio sorse e si affermò con prodotti di notevole pregio che andarono a contrastare prima, ed eliminare poi, l’importazione italiana.
Ma il vero problema, oltre al danno provocato dalla concorrenza straniera e dall’importazione della moda francese, fu determinato dal fatto che l’arte serica italiana non era più superiore in qualità come nel passato e, per di più, i tessuti operati prodotti nei paesi europei concorrenti erano realizzati a macchina, con notevole risparmio di tempo e denaro.
Nel XVi secolo, ma soprattutto nel XVii e XViii la produzione italiana rimase statica, sottoposta alla rigidità delle regole della corporazione medioevale, con la massa artigiana e dirigente contraria a qualsiasi innovazione e progresso. Tale atteggiamento impedì alla genialità italiana, ineguagliabile per alcuni secoli, di adeguarsi in campo tecnico e di evolversi in senso artistico.
Di conseguenza, con il diminuire prima e con la cessazione poi, del redditizio traffico della seta, la povertà si diffuse tra gli abitanti delle città che da questa attività traevano la maggior parte del proprio reddito e che erano maggiormente dediti all’industria tessile.
Al contrario nelle campagne dove la bachicoltura si era ben sviluppata, si creò un certo benessere prima per la richiesta di seta greggia destinata alle città seriche della penisola, poi per l’esportazione della materia greggia in quelle nazioni europee dove la manifattura serica si stava espandendo. Nella pianura padana aumentarono progressivamente sia la superficie impiantata a gelsi coltivati singolarmente o maritati con la vite sia le filande, inizialmente casalinghe con la pentola a fuoco diretto e poi industriali con l’impiego del vapore.
Nel corso dell’Ottocento e del Novecento, l’allevamento del baco da seta divenne una fonte importante di integrazione del reddito per le povere famiglie contadine. Nelle case i bachi venivano sistemati nei locali in cui viveva la famiglia stessa, la cucina e le stanze vicine, il granaio e addirittura le camere da letto. i bachi divenivano, per amore o per forza, parte della famiglia e a volte si finiva per ritrovarseli nel letto. Alcuni contadini producevano in proprio il seme-bachi per l’allevamento, altri lo compravano o ricevevano i bachi appena nati dagli istituti Bacologici. La schiusa delle uova avveniva nella seconda metà del mese di aprile ed era favorita tenendo le uova al caldo. Da quel momento iniziava il lavoro che diveniva sempre più impegnativo durante la veloce crescita delle larve. L’allevamento dei bachi proseguiva nelle case contadine per una quarantina di giorni, periodo durante il quale le esigenze dei bachi cambiavano, sia in termini di spazio che di alimentazione, in corrispondenza delle diverse età larvali. Principalmente erano le donne e i bambini che si occupavano del baco, anche se, in concomitanza con le ultime fasi dell’allevamento, tutta la famiglia finiva per assolvere a qualche compito. Se nella famiglia contadina il vitto è assicurato dal grano e dal maiale, se i tessuti in gran parte sono forniti dalla lavorazione della canapa, con la vendita dei bozzoli al mercato della seta, in giugno, entrano in casa i primi soldi di quell’anno, in contanti.



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