«La febbre del sabato sera», i 40 anni di un mito

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Le mosse di John Travolta e quella colonna sonora dei Bee Gees rimasta in cima alle classifiche di vendita per 24 settimane hanno lasciato un’impronta indelebile, un riferimento per generazioni. La storia dell’italoamericano Tony Manero, che di giorno lavorava come commesso e di notte si trasformava in un ballerino eccezionale sulla pista della newyorkese «2001 Odissey», toccava anche temi importanti come l’emigrazione, l’uso di stupefacenti, il razzismo e anche per questo, oltreché per la musica, il film è diventato una pietra miliare del cinema, uno dei  migliori lungometraggi di sempre secondo il New York Times.

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E pensare che il tutto è nato da quella che oggi chiameremmo una «fake news»: il giornalista inglese Nick Cohn, nel 1976, si era messo in testa di fare un’inchiesta sui ragazzi che facevano mestieri senza futuro, riscattandosi però nelle piste da ballo, dove erano dei veri maghi. Era così andato al «2001 Odyssey» di Bay Ridge, ma non era riuscito a parlare con nessuno. Per non tornare a mani vuote, si inventò una storia di un ipotetico ragazzo, intitolando il suo pezzo «I riti tribali dei nuovi sabato sera». E poi succede tutto: Hollywood vede la storia, eccetera eccetera. Ma, anche se la vicenda di quel giovane nello specifico non era vera, comunque era vero quel «clima», quel sentire e tutto quello che ci stava intorno: le gang, le violenze, la disperazione dei ragazzini italo-americani.

Il successo, insomma, lo si deve per aver regalato sì spensieratezza, ma anche per aver saputo raccontare uno spaccato di una società, con tutte le sue difficoltà. E così, quello che sembrava essere un film leggero, era in verità un film-denuncia. Negli anni è stato intepretato, riletto, imitato, studiato fin nei minimi dettagli. Voi quante cose sapete di questo film? Anche quelle che abbiamo raccolto nella gallery?

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