Le statistiche mondiali indicano una prevalenza di donne nell’area dei disturbi psichici, in particolar modo nell’area della depressione.

Depressione, ansia, attacchi di panico, disturbo post-traumatico da stress, disturbo alimentare psicogeno, tentati suicidi sono prevalenti tra le donne; soprattutto la depressione che, tra 15 e 44 anni è la prima causa di carico di malattia, cioè di anni vissuti in disabilità. Il carico di malattia comprende patologie non trasmissibili (46,5%), trasmissibili (41%), traumi e ferite  (12,5%). Le non trasmissibili sono le patologie più impegnative, da diversi punti vista, anche economici, per la società occidentale e comprendono le patologie psichiatriche (13% del totale, di cui il 7% sono donne). Il 3,25% di tutto il carico di malattia è dato dai disturbi psichiatrici femminili. Alle donne sono prescritti più psicofarmaci, il 67% degli psicofarmaci  in  Italia). Quindi vi è una emergenza che riguarda il maggior carico di patologia psichica, e segnatamente di depressione, per le donne di età compresa tra 15 e 44 anni.

Un picco in questa fascia indica il collegamento del disagio psichico con la condizione di vita della teenager e della donna adulta con figli. Ci si imbatte però in un paradosso: le donne tendono ad ammalarsi di più di depressione, ma la sanità risponde di più ai  problemi di salute degli uomini che, più violenti, sono valutati  come più “pericolosi e gravi” sul piano sociale.

Inoltre i servizi non producono casistiche differenziate per sesso, non valutano la salute mentale della donna come problema specifico e prioritario e le ricerche sono per lo più farmaceutiche, non psicosociali. Le aspettative sono spesso limitate al reinserimento nei ruoli precedenti la “crisi”. Scarse sono la prevenzione e la formazione gender-oriented. Anche se la donna ha problemi con un partner violento e rifiuta la figura maschile, “deve” coabitare, durante il ricovero, con  i maschi. I servizi sono orientati all’efficienza prestazionale, a restituire in breve tempo la persona al suo contesto,  anche se è lo stesso che ha determinato la patologia. Il trattamento prevalente nei servizi pubblici è medico-farmacologico, mentre il trattamento “solo” psicoterapico è poco diffuso per scarsità di modelli di interventi brevi, con relativo personale, e per il rapporto  costi/benefici che sembra essere, ad una  indagine superficiale, a vantaggio della  terapia farmacologica.

“Nella Struttura ospedaliera SPDC (servizio psichiatrico diagnosi e cura) dell’Asl di Asti – spiega Riccardo Oliva coordinatore infermieristico – lavoriamo affinché non si sottovalutino i rischi poiché essi determinano maggior  patologia e, quindi, costi.  Ci proponiamo nel prossimo anno, di effettuare la raccolta dei dati disaggregata per sesso per una prevenzione di genere  indispensabile per ridurre ricadute e cronicizzazione”.

Nel contesto della salute mentale, come in altri campi della medicina, l’obiettivo è quello di evitare una “medicalizzazione generalizzata” delle situazioni di disagio. È chiaro che in questo caso la psichiatria, ha un importante ruolo nella promozione del benessere della popolazione, con rilevanza dei determinanti della malattia, intervenendo su di essi. La moderna psichiatria cerca di limitare la disabilità con la riabilitazione, intervenendo con programmi di cura individuali e personalizzati sia per recuperare e insegnare abilità mai apprese in precedenza, allo scopo di aiutare la persona assistita a raggiungere il massimo livello di autonomia accettabile, e a ritrovare nel miglior modo possibile “il senso della vita”.

Si passa così dalla diagnosi, al monitoraggio della patologia, dai progetti e percorsi di cura, all’educazione terapeutica, da “una psichiatria del dove ad una psichiatria del come”. Sempre più rilevante la considerazione sulla “centralità della persona” ogni attività è funzionale alla persona che si assiste.  L’obiettivo principale è il sostegno all’individuo, alla sua integrità fisica e psichica, diritti fondamentali e cardine di ogni intervento che lo riguarda.

“Nell’ambito della salute mentale, l’infermiere ha un ruolo importante di tutela della salute – illustra Paola Chirone infermiera dell’Equipe – Educa, sta accanto, genera un rapporto fiduciario di aderenza e compliance al trattamento e alla cura”.

Sia la qualità organizzativa, sia quella professionale che quella assistenziale, vede come attori  principali prprio gli infermieri che con nuova cultura della professione e con attività mirate e responsabilità, sono in grado di collaborare ed interagire  nei percorsi assistenziali personalizzati insieme ad equipe di figure multiprofessionali.

Sempre più crescente è il bisogno di consapevolizzare le persone assistite e di educarle alla ricerca della salute, dei propri bisogni e a soddisfare i propri desideri. La necessità da parte dell’Infermiere  di “centrare” il suo intervento sulla persona assistita, sulla negoziazione, ed  incoraggiarla ad essere più attiva possibile. Stabilire un dialogo aperto: dal  rimprovero al supporto decisionale. L’importanza delle modalità di relazionarsi con la persona assistita con un approccio bio-psico-sociale è perciò fondamentale, per rilevare e valutare le percezioni soggettive della medesima,  all’interno di una presa in carico permanente con  una continua attenzione nei suoi riguardi.

“L’infermiere – continua Chirone -, si esprime sempre con una comunicazione verbale e non verbale rassicurante, di supporto e di incoraggiamento, impiega l’ascolto attivo ed assume un comportamento di consulenza professionale. La comunicazione dell’infermiere ha la finalità di condurre l’assistito ad una migliore qualità della vita, alla prevenzione dell’insorgenza di problemi,  alla consapevolezza della malattia e al suo trattamento con una relazione di cura soddisfacente ad entrambi.

Si attivano così meccanismi di “feedback positivi” come il supporto all’autonomia, alla maggior competenza percepita, al rinforzo delle motivazioni autonome (al curarsi), al rinforzo dell’adesione, alla  costruzione condivisa di una strategia attiva di coping, al miglioramento  dell’aderenza alla terapia.

“Tutto questo comporta una continua formazione, richiede impegno ed interesse costante – concludono Oliva e Chirone -. Nella struttura SPDC, afferiscono utenti con svariate patologie con disagio mentale, ed una particolare attenzione viene rivolta a quelle donne che hanno subito abusi e violenzecon colloqui protetti, stanza singola, momenti dedicati con ascolto attivo il silenzio condiviso le parole non espresse…il gesto: il sorriso, la carezza di conforto, sono momenti e modalità utilizzate”.

Le attività assistenziali vanno oltre alla somministrazione di terapie, ai colloqui, agli incontri, ma si cerca di impegnare il tempo del ricovero con momenti dedicati, di comprensione di ascolto oppure con interventi ludici, piccole attività attualmente alcune in fase di progettualità, che aiuteranno e stimoleranno i nostri ricoverati. Attività ludiche sportive riconducibili al calcetto, partite a ping-pong, a carte, a dama, e attività ricreative di disegno, pittura: un’assistenza a 360° e un’iterazione a tutto tondo con il paziente.



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