“Come ti senti?”. L’importanza di educare alle emozioni

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Come stai? Come ti senti?
E’ una domanda molto semplice, in apparenza, ma che in realtà sottende una notevole capacità di consapevolezza del sé che i bambini (e non solo loro) non hanno. “Non lo so”, mi ha risposto Giulia, oggi, in classe, dopo aver litigato con la sua migliore amica. Le ho fatto immaginare ciò che sentiva sotto forma di colore, allora il suo viso si è acceso e mi detto “rosso, mi sento come il rosso”.

Questo è solo uno degli episodi che accadono quotidianamente, che mi fanno riflettere su quanto sia importante parlare ai bambini delle emozioni, facendo esplorare attraverso cose a loro familiari (come i colori), un terreno ancora sconosciuto. Si, la conoscenza del proprio sentire è davvero un percorso complesso, che va di pari passo alla maturazione fisica e psicologica di un individuo. Non solo: dare un nome ai sentimenti è più facile quando si ha la possibilità di attingere ad un vocabolario ampio e articolato. Gli adulti, infatti, attraverso l’esperienza e la maturazione del linguaggio, riescono a definire meglio il proprio stato emotivo e ad intuire, spesso, anche quello di un proprio familiare, un amico, un collega.

Conoscere le emozioni e dare un nome ad esse è una di quelle materie che non sono inquadrabili in un programma didattico specifico e che non si trovano spiegate in un sussidiario. Le emozioni ci sono sempre, si “sentono”, si avvertono. In ogni momento i bambini possono sperimentare, attraverso varie situazioni, una molteplicità di sentimenti, anche contrastanti, che possono confonderli, impaurirli, proprio perché non ne hanno piena padronanza. Costruire un percorso di educazione alle emozioni ha una valenza di una portata grandissima: avvicinare alla consapevolezza del sé, significa portare contemporaneamente alla conoscenza dell’“altro”. Conoscere il proprio stato d’animo e capire quali conseguenze esso possa avere sul comportamento , vuol dire anche prendere coscienza dei propri bisogni e di quelli altrui: significa, in definitiva, maturare una modalità di sviluppo basata sull’empatia.

Empatia. Non è propriamente una materia di studio, eppure, è il punto focale su cui poggia le basi il rapporto tra alunno e insegnante e, di conseguenza, l’intero percorso di apprendimento. Io mi conosco, ti conosco, conosco ciò che può ferirti, conosco ciò che può renderti felice, cerco di comportarmi accogliendo la tua persona, ti dimostro il mio affetto, oppure mi confronto con te su ciò che ci differenzia, rispetto le tue idee: questa è l’empatia. Mettersi nei panni dell’altro, comprenderne gli stati d’animo, dimostrarsi sensibili e collaborativi. Ecco, un’educazione davvero efficace non può trascurare l’aspetto emotivo e affettivo degli alunni, perché solamente attraverso un percorso di conoscenza delle emozioni, lo sviluppo intellettivo potrà definirsi nella sua interezza. Per molti anni, l’educazione emotiva è stata trascurata, credendo fosse meno importante rispetto all’acquisizione dei saperi definiti “primari”. Oggi le neuroscienze indicano una sovrapposizione tra sviluppo intellettivo e sviluppo emotivo-affettivo, per cui non si può pensare di intraprendere un percorso di apprendimento tralasciando l’aspetto emozionale degli alunni.

Come si inizia? Con i bambini molto piccoli, a scuola dell’infanzia, un ruolo importante è rivestito, ad esempio, dalla narrazione: un racconto che abbia come protagonista un personaggio empatico, in cui i piccoli possano immedesimarsi; che abbia come svolgimento, degli accadimenti molto vicini a ciò che può accadere ad un bambino; che abbia come finale, la comprensione di un vissuto, in cui il protagonista rivela ciò che prova, ciò che pensa. Una narrazione su base introspettiva, avvicina i bambini al mondo delle emozioni e consente loro di prenderne possesso senza turbamenti. La rabbia, ad esempio, è una di quelle emozioni definite “negative” e spesso impaurisce chi la prova, oppure viene frequentemente rimossa, credendo sia il modo più facile per assorbirla.

Ecco, raccontare ai bambini la rabbia, spiegando che è un sentimento normale, che si può provare ad esempio di fronte ad un’ingiustizia, ad una bugia, ad un insulto, ad un divieto, diventa un modo per avere meno paura di ciò che accade nella propria testa. Conoscere, accettare, gestire e vivere le emozioni: è una strada lunga, che non termina affatto con l’età adulta. Siamo tutti, in fondo, in cerca di “noi stessi”, della parte più intima della nostra personalità, in cerca della parte più autentica che ci appartiene. Avere cura della vita emotiva dei bambini, porre attenzioni quotidiane alle loro esperienze affettive vuol dire dare valore al loro mondo interiore, offrendo allo stesso tempo, strumenti utili per interpretarlo e conoscerlo.

“Come stai?” non è solo una semplice domanda, se fatta con l’obiettivo di entrare in contatto autentico col bambino, diventa un punto di partenza per parlare di sentimenti, emozioni e affettività e per far sentire l’alunno compreso oltre che accolto nella sua interezza. Come persona, innanzitutto.




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