Mutilazioni genitali femminili: una tortura da debellare / VIDEO / FOTO – Cronaca


Firenze, 5 dicembre 2017 – C’è la ragazzina del Mali, adottata da una famiglia italiana, caduta in depressione perché il fidanzato, dopo aver scoperto che era infibulata, l’ha piantata in asso. E c’è la studentessa senegalese che non riesce ad avere rapporti col marito. È convinta di aver subito una mutilazione genitale. Ma in realtà il problema è solo nella sua testa.

Si è parlato del dramma delle mutilazioni genitali femminili stamattina all’istituto professionale Sassetti-Peruzzi, dove ad incontrare i ragazzi sono arrivati il medico ginecologo di Careggi Omar Abdulcadir, la ginecologa sessuologa Lucrezia Catania, membro delle Pari opportunità dell’ordine dei medici, e l’infermiera Maryan Osman Kano, una delle prime donne che nel nostro Paese ha deciso di sua spontanea volontà di farsi de-infibulare. Un’iniziativa organizzata dalla docente e psicologa della scuola Anna Pecorini, che col suo progetto ‘Il benessere a scuola’ vuole contribuire alla “crescita dei ragazzi, andando oltre lo sportello psicologico attivato all’interno dell’istituto”.

Gli studenti hanno ascoltato con estrema attenzione gli interventi. “Un tema delicato che conoscevamo poco”, ammettono i ragazzi. A colpire sono soprattutto le parole di Maryan: “Sono arrivata qui a 21 anni. Già prima di venire in Italia avevo maturato la convinzione di farmi de-infibulare. Nel mio Paese lavoravo in un ospedale e lì ho capito quanto l’infibulazione fosse nociva. L’aspetto più doloroso? È la ferita che rimane per sempre”. Dal 2003, sono più di 240 le de-infibulazioni fatte a Careggi, nel Centro di riferimento regionale per la prevenzione e la cura delle complicazioni da mutilazioni genitali femminili in cui lavora con passione Abdulcadir, che dopo aver visto tutte le sue sorelle sottoposte a questa tortura ha deciso di aiutare le donne mutilate. “Una volta che una donna abituata ad esser chiusa si apre, ad aprirsi è anche la sua mente – ha raccontato il medico -. Basti pensare che nessuna bambina nata dopo una de-infibulazione è stata mutilata”. Ma il cammino da compiere è ancora lungo. “Serve un profondo cambiamento culturale”, dice Catania.



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