«Quella volta che Oriana Fallaci si spogliò nuda»








Sono 23 anni che Ljuba Rizzoli non torna a Milano. Lei, che di questa città fu regina, non riusciva più a starci senza farsi divorare dal dolore. Quello di Isabella, la figlia difficile che ha avuto e che si è lanciata nel vuoto in un umido pomeriggio d’estate.
Ljuba è di nuovo qui per presentare Io brillo – Diamanti, amori, casinò e un dolore che non finisce mai, l’autobiografia scritta con Tiziana Sabbadini sul filo di un telefono, ore e ore a raccontare, prendere appunti, scrivere e riscrivere.

A pochi minuti dall’ingresso in scena, la sala gremita di vecchi amici, la incontriamo nella suite di un hotel. Ha caldo, la luce è troppo forte, le sciarpe sono mal stirate: in un aggettivo, è terrorizzata. Sulla strada da Montecarlo ha più volte pensato di far invertire la rotta, poi verso Pavia ha deciso di arrivare. «C’era un bel sole, in lontananza ho scorto la tenuta di Sedone dove io e Andrea Rizzoli trascorrevamo molto tempo. Fosse rimasta a me in eredità, forse avrei vissuto lì e non a Montecarlo. Forse la vita sarebbe andata diversamente. Mi sono vista a camminare tra i pioppi».
Ma la storia è andata altrove, e la ritroviamo tutta in un libro benissimo scritto che molto fa ridere e molto fa sognare, pagine e pagine a raccontare “una vita fuori dalla realtà” in cui tra amici ci si regalano Rolls-Royce e Falcon 50, in cui devi scegliere dove far sedere a tavola Nancy Reagan, in cui il passatempo è stendere per terra i quattro bauli di gioielli appena comperati per vedere l’effetto che fa. Fino a quel pomeriggio umido che tutto stravolge, compresa la narrazione che si fa struggente e violenta nel raccontare il viaggio andata e ritorno agli inferi, nove elettroshock compresi.
Sono gli incontri a costellare il libro – dite un nome e c’è – e sono quelli di cui parliamo per non turbare troppo il cuore che si scuote facilmente.

Partiamo da un incontro rivelatosi importantissimo per la sua vita, quello con Sita Devi, la maharani di Baroda.
«Un giorno, era il ’73, mi dicono che la seconda moglie del maharaja di Baroda era arrivata in Costa Azzurra con quattro bauli di gioielli, finiti tutti all’asta per pagare debiti. Chiamai il direttore della banca che li aveva in custodia e chiesi di partecipare all’incanto, riservato solo ai grandi gioiellieri che avevano già deciso come spartirsi il bottino pagandolo a una cifra inferiore al prezzo di riserva. Per farla breve, glieli soffiai tutti. La figlia del Duce, Edda Ciano, una volta mi consigliò di girare sempre con un sacchetto di diamanti, perché quelli, a differenza delle case, li puoi portare e vendere ovunque. Il mio sacchetto era uno zaino di alta montagna che mi permette ancora oggi di vivere senza problemi».

Chi aveva problemi con il denaro era Alberto Sordi…
«Lo adoravo, ma quella su una sua certa parsimonia non è leggenda. Andavamo sempre a mangiare la bouillabaisse Chez Tetou, a Golfe-Juan, dove vigeva una regola: se il cliente avesse trovato una lisca nella zuppa, la cena veniva offerta. Quella sera che toccava ad Alberto pagare per tutti, uscì di casa con una spina di pesce in tasca da usare al momento opportuno».

Ben altra la generosità del principe Fahd, che sarebbe diventato re d’Arabia.
«Aveva un debole per me. Mi regalò due Rolls, una azzurra e l’altra ciclamino. Un giorno mi invitò a pranzo, quando arrivai ci ritrovammo soli. Voleva finire il pomeriggio in intimità, sfuggii dall’impasse portandolo al casinò».

La sua passione più grande.
«Dopo i brilli. La prima volta ci entrai per potermi comperare un abito di Emilio Schuberth, lo stilista di Soraya. Persi tutto, mi rimase giusto qualche lira per acquistare un libro: Come dominare la roulette».

Il suo numero?
«Il 29».

L’amico più superstizioso?
«Vittorio De Sica. Una sera entrai al casinò con un abito viola. Mi fece mandare un ispettore: “Madame, il signor De Sica le chiede di non avvicinarsi a lui”. Perse moltissimo e ovviamente mi diede la colpa. Poi, per ridere, mi disse: “Adesso avviciniamoci a quelli che mi stanno antipatici”».

Qualcuno che stava antipatico a lei?
«Piuttosto le dico qualcuno a cui io non stavo simpatica. Ad esempio Grace Kelly: sempre carina e cordiale, intendiamoci, ma percepivo come un leggero fastidio. Forse era gelosa del marito, che invece mi trovava molto… simpatica».

Una donna con un destino tragico come Francesca Vacca Agusta.
«Ci divertivamo da pazze a seminare le guardie del corpo che mi seguivano ovunque per paura delle BR. Entravamo da Franzin, celebre antiquario dell’epoca, e scappavamo sul retro per andare a mangiare caviale dal fruttivendolo di via Montenapoleone. Poi ci siamo perse di vista».

Una donna che l’ha fulminata?
«Wallis Simpson, un carisma unico».

Come carismatico era Gianni Agnelli.
«Lo adoravo. Mio marito Andrea era geloso di lui, così l’Avvocato si era messo d’accordo con la nostra governante, madame Eugénie, che prima lavorava a servizio in casa Agnelli: quando Rizzoli non era con me, lei issava sulla torre della villa di Cap-Ferrat una bandiera. Quello era il segnale: tempo pochi minuti e Gianni si presentava da me, totalmente ignara del giochino con Eugénie».

E lei è mai stata gelosa di qualche donna?
«Di Oriana Fallaci. Mio suocero, il Commenda [Angelo Rizzoli, fondatore della casa editrice, ndr], disse ad Andrea: “Se ti porti l’Oriana in casa sono grane, vedrai che litigi con Ljuba”. Era una donna esuberante, dalle personalità multiple, una gran festaiola. Un giorno ci presentiamo dai Karajan e, essendo il direttore d’orchestra e la moglie nudisti, ci chiedono di spogliarci. Oriana non se l’è fatto ripetere due volte, per la gioia di molti… Andrea la guardava con attenzione, ma io ero gelosa di lei più per il rapporto complice che era riuscita a creare con Isabellina».

Ha incontrato persino un Papa, Paolo VI.
«Che emozione. Isabella l’aveva visto in Tv e chiese al padre di conoscerlo. Così ci ritrovammo di fronte al Santo Padre, che mi disse: “Signora, dica a suo marito di fare buoni giornali”. Quel pomeriggio, Andrea aveva il lancio dell’edizione italiana di Playboy».

Un playboy che le ha resistito?
«Sandro di Grésy, un grande rimpianto della mia vita. Un uomo meraviglioso, che però non ha mai voluto approfondire».

È ora di andare, Milano aspetta la regina di un tempo. Che si emoziona, piange e a fine serata riceve questa o quella sagoma del passato seduta su una poltroncina che sembra un trono. Prima di uscire le lancio uno sguardo, ride di gusto. Sembra felice. È una bella sensazione, che ti resta addosso per un po’.

 



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