Il film contiene una feroce critica alla società dei consumi e del benessere, condannata, secondo l’autore, all’autodistruzione inevitabile. Non è un caso che il film a posteriori sia stato accostato a Salò di Pier Paolo Pasolini

  • Anno: 1973
  • Durata: 125′
  • Genere: Grottesco, Drammatico
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Marco Ferreri

Stasera in tv su Iris alle 01,30 La grande abbuffata (La grande bouffe), un film franco-italiano del 1973 diretto da Marco Ferreri, con Marcello Mastroianni, Philippe Noiret, Michel Piccoli, Ugo Tognazzi e Andréa Ferréol. Fu presentato in concorso al 26º Festival di Cannes. Il film venne girato nel quartiere parigino di Auteuil presso la villa che fu dimora, nell’attuale rue Boileau, del celebre scrittore. Le riprese ebbero luogo nel febbraio 1973. Il film contiene una feroce critica alla società dei consumi e del benessere, condannata, secondo l’autore, all’autodistruzione inevitabile. I bisogni e gli istinti primordiali, filtrati e normalizzati nel loro raggiungimento, divengono “noiosi” ed abbisognano di continue unicità per essere graditi. Ma la ricerca della difficoltà fine a se stessa comporta l’abbandono dell’utilità e sfocia inevitabilmente nella depressione e nel senso di inutilità. Come al solito nei film di Ferreri, l’unica salvezza è rappresentata dal genere femminile, legato alla vita per missione biologica.

Sinossi 
Quattro amici di diversa estrazione sociale, ma uniti dal comune amore per la buona tavola, si ritrovano nella fatiscente villa con giardino di uno di loro per trascorrere un intero weekend mangiando e bevendo. Tre prostitute fatte venire per ravvivare la maratona gastronimica ben presto si stancano dell’indifferenza erotica degli anfitrioni, tutti presi dalle pietanze, e se ne vanno.

Il film venne platealmente fischiato al Festival di Cannes e pesantemente tagliato dalla censura. Da molti fu criticata l’abbondante presenza di scene di sesso e le volgarità scatologiche, come quelle in cui si manifesta il meteorismo di Michel o quella in cui esplode il WC di uno dei bagni della casa inondando di feci la stanza. Altri critici invece apprezzarono il taglio ideologicamente antiborghese. Il clamore e lo scandalo provocarono un successo di pubblico, inusuale per un film dichiaratamente intellettuale. Per la sgradevolezza e la forza eversiva delle tematiche trattate, Cahiers du cinéma inserì il film in una sorta di ideale “trilogia della degradazione” insieme a Ultimo tango a Parigi (1972) e a La maman et la putain (1973).

A seconda delle opinioni il film venne definito di volta in volta: «il film più ideologico di Ferreri» (Adelio Ferrero), «un monumento all’edonismo» (Luis Buñuel), «specchio delle verità come eccesso» (Maurizio Grande). Pier Paolo Pasolini dedicò all’opera un’ampia recensione apparsa sulla rivista Cinema Nuovo, nella quale definì cripticamente il film: «corpi colti in una sintesi di gesti abitudinari e quotidiani che nel momento in cui li caratterizzano li tolgono per sempre alla nostra comprensione, fissandoli nella ontologicità allucinatoria dell’esistenza corporea».

Non è un caso che il film a posteriori sia stato accostato proprio a Salò o le 120 giornate di Sodoma dello stesso Pasolini; anche se in forma meno cruenta, nella pellicola di Ferreri si riscontrano influenze dell’opera di Donatien Alphonse François de Sade. Come in Pasolini, e nel romanzo sadiano prima di lui, i quattro convitati nella villa parigina incarnano delle figure tipiche metaforiche, in questo caso raffiguranti un potere e tre prodotti dell’ideologia borghese: la giustizia (Phillipe), l’arte e lo spettacolo (Michel), la cucina, il cibo (Ugo), l’amore galante e l’avventura (Marcello). Ed è proprio questo sistema ideologico che viene pesantemente preso di mira dal regista, grottescamente schernito, nel tentativo di eliminarlo, assieme alle scorie vitali, con un vivere ridotto alle funzioni elementari: mangiare, digerire, dormire, bere, copulare, orinare, defecare.

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