Alle 4 del 17 novembre 2017 è morto Totò Riina. Era l’uomo più potente all’interno della mafia, l’uomo capace di ordinare stragi fra le più sanguinarie della storia italiana, da quella di viale Lazio del 1969 all’uccisione dei giudici Falcone e Borsellino fra il maggio e il luglio del 1992.  Era «Il capo dei capi». Arrestato il 15 gennaio 1993, dopo 23 anni di latitanza, Riina è stato in carcere a scontare 26 ergastoli per decine di omicidi.

Riina era da tempo al vertice della cupola mafiosa quando decise di lanciare l’offensiva contro lo stato culminata nelle stragi dei primi anni Novanta. Era l’uomo forte della mafia palermitana. Mai un segno di pentimento, il contrario piuttosto, con minacce di morte anche dal carcere ai magistrati che indagavano su di lui e il vanto di aver ucciso Falcone. «La Belva» è uno dei suoi soprannomi.

Solo all’ultimo, quando ormai era in coma farmacologico dopo due operazioni nel reparto detenuti dell’ospedale di Parma, il ministro della Giustizia Orlando, con il parere positivo della Procura nazionale antimafia e dell’Amministrazione penitenziaria, ha firmato il permesso perché i figli potessero essergli vicini nelle ultime ore.

Nato a Corleone il 16 novembre del 1930, Salvatore Riina ha passato 24 anni della sua vita da latitante e più ancora ne ha trascorsi in carcere. «Totò ‘u curtu», il soprannome viene dal metro e 58 di altezza, è sempre stato famoso per la sua ferocia. Da subito il suo nome è inserito fra quelli del clan dei Corleonesi, i vincitori della guerra di mafia degli anni Settanta. Tutto è partito dal paese natale e dall’amicizia con Luciano Liggio, destinato alla guida di Cosa Nostra.

Il primo delitto di Riina è l’uccisione, nel 1949, dopo una rissa, di Domenico Di Matteo. Si racconta che sia stato l’allora capo dei boss dell’epoca, Michele Navarra, a convincerlo a costituirsi. Resterà in carcere solo fino al 1956 nonostante la condanna a 12 anni.

Proprio in accoppiata con Liggio il giovane Riina comincia a scalfire il potere criminale di Navarra, che sarà ucciso nel 1958. Da lì partirà una guerra fra clan durata per decenni. Riina scompare dalle cronache ufficiale. Dal 1969 è soggetto al soggiorno obbligato, lo hanno arrestato con una pistola e un documento falsi. Non arriverà mai al luogo a cui era destinato. Qui comincia la sua latitanza durante la quale condurrà lo scontro con la famiglia palermitana dei Bontade.

Gli anni dell’ascesa mafiosa di Riina sono costellati di omicidi. Del 1969 è la strage di viale Lazio a Palermo. Mafiosi travestiti da poliziotti uccidono il boss palermitano Michele Cavataio e altre 4 persone. Del 1971 è l’omicidio del procuratore di Palermo Pietro Scaglione. Ci sono anche i sequestri di persona che portano denaro nelle casse dei corleonesi, come quelli del figlio del conte Arturo Cassina e di Pino Vassallo. Soprattutto è l’affare della droga a farsi interessante e la mafia entrerà negli scambi con gli Usa al posto dei marsigliesi.

Finisce in carcere Luciano Liggio e Riina aumenta il suo potere. Sempre da latitante. Così sposa, nel 1974, Ninetta Bagarella e ha 4 figli, tutti registrati e battezzati. Siamo ormai negli anni Ottanta, quelli della seconda guerra di mafia. Nel 1982 a Palermo ci sono più di 200 morti ammazzati, compresi il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e sua moglie. È il clan dei corleonesi che vince sulle vecchie famiglie mafiose. E si fa sentire anche in politica. Sostiene il sindaco di Palermo Vito Ciancimino e fa strage degli avversari: il segretario provinciale della dc Michele Reina, il presidente della regione Piersanti Mattarella e il deputato del Pci Pio la Torre.

È però negli anni Ottanta che parte anche l’offensiva della magistratura contro la mafia. È la stagione del maxi processo e dei pentiti come Tommaso Buscetta e altri che raccontano i legami fra politica e mafia compreso il bacio, mai provato, con Andreotti. La risposta mafiosa arriverà con le stragi: le bombe a Firenze e Roma e poi quelle di Palermo del 1992. Saranno le ultime con Riina latitante. L’arresto è del 15 gennaio 1993. Gli uomini del «Capitano Ultimo» lo prendono a Palermo in via Bernini, vicino alla villetta che è stata a lungo il suo nascondiglio. L’ipotesi, non confermata, è che lo abbia tradito un altro dei boss di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano.

Per lui da allora sempre il carcere duro, il 41 bis. È stato prima all’Asinara, poi nel carcere milanese di Opera, quindi a Parma nel reparto dell’ospedale dedicato ai detenuti quando le sue condizioni di salute sono peggiorate.

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