Azzurri d’inchiesta ritorna con un nuovo appuntamento nel quale si tratterà della parità dei sessi nel calcio italiano, argomento assai delicato che coinvolge vari aspetti: dallo status, alla condizione economica, alle strutture, fino all’interesse attuale che nutrono i tifosi. L’approfondimento

(Fonte Facebook @FIGC)

LA NON PARITà IN ITALIA: TRA STATUS, COMPENSI, STRUTTURE E INTERESSE

Il discorso sulla parità dei sessi nel mondo del pallone è assai spinoso e difficile da interpretare, date le tante sfaccettature che contradistignuono questo mondo e la delicatezza dell’argomento. Questa tematica è saltata solo recentemente agli occhi della ribalta, dato che sempre più interessi si stanno muovendo sul movimento di calcio femminile italiano, molto snobbato prima nonostante la ricchezza del futbol nella penisola.

Innanzitutto tutto è da ricondurre all’uscita sui vari social del ministro Maria Elena Boschi (sottoriportato) nella quale confrontava la parità salariale tra uomini e donne nel calcio appena ufficializzato dalla federazione norvegese. Tralasciando un discorso prettamente politico, perchè questo non deve mai influire sullo sport, il discorso della onorevole è puramente utopico in questo momento storico e per il movimento italiano. Troppa distanza attualmente dal suo idilliaco sogno, anche se questa tematica deve essere affrontata nel calcio italiano di oggi.

Mentre nel calcio maschile i giocatori si differenziano tra professionisti e dilettanti, le calciatrici di una qualsiasi divisione hanno lo status di dilettanti, sono inoltre sotto la giurisdizione della LND (Lega Nazionale Dilettanti). Che cosa significa questo? Tanti vantaggi che hanno gli uomini in più delle donne.

Si parte dall’aspetto finanziario: visto che le atlete tesserate dalle singole squadre possiedono questo status, non possono ricevere alcun salario mensile, a differenza dei colleghi dell’altro sesso. Inoltre per quanto riguarda i compensi dati dalla FIGC per la convocazione ad una gara della nazionale maggiore, queste sono nulle per le atlete  azzurre, mentre vanno dai 7 ai 10 mila euro a chiamata, cifra che varia in base alla tipologia di competizione. Sullo stesso piano, c’è da sottolineare gli enormi vantaggi che gli uomini possiedono in quanto professionisti: trattasi di sponsorizzazioni, premi vari e soprattutto tutti i benefit che ne derivano.

Altra questione non da poco, che può considerarsi sempre integrato in quanto appena detto, è la copertura tv: mentre gli uomini attualmente godono della massima popolarità in lungo e in largo grazie alla continua battaglia dui diritti tv, le donne faticano a trovare spazio sull’etere. Mentre la nazionale si sta pian piano ritagliando una certa visibilità grazie alle dirette delle partite di Rai Sport, facendo però molta fatica, i singoli club non godono della stessa fortuna: finora infatti nessuna partita del campionato di Serie A femminile è stata mai trasmessa su alcun canale e nessuna diretta Facebook, salvo qualche tv locale. Da dicembre, però, la tv nazionale trasmetterà 16 partite del massimo campionato italiano in chiaro (la prima dal 2 dicembre). Un bel segnale per tutto il movimento, visto che gli interessi nell’ultimo periodo sono decisamente aumentati.

Il perchè è da spiegarsi nei nuovi piani di sviluppo decretati dalla FIFA 2 anni fa: il nuovo presidente Infantino, infatti, ha posto lo sviluppo del calcio femminile in cima alla lista delle priorità, visto l’alto potenziale mai sfruttato negli ultimi anni. Da questo, la FIGC ha aperto all’avvicinamento dei club maschili a quelli femminili, incentivando coloro i quali ancora non si erano affacciati a questa realtà a farlo. Su questa onda la federazione ha recentmente incrementato a 3.5 milioni di euro l’investimento nel settore femminile, poco in confronto di quanto hanno a disposizione gli uomini, date le enormi entrate che derivano da sponsor, diritti tv, ecc.

Altra questione spinosa è quella legata alle struttute scadenti nelle quali sono costrette ad allenarsi e a giocare le atlete d’Italia: dai centri d’allenamento secondari, al mancato utilizzo degli impianti principali cittadini, alla carenza di personale adatto a curare tutti gli aspetti dell’allenamento. Caso recente è quello del Rigamonti di Brescia: se inizialmente le Leonesse avevano la concessione di utilizzare l’impianto cittadino per le partite di Champions League, questa è stata poi revocata dopo il ritorno dei sedicesimi (partita vinta per 2-0 contro l’Ajax), costringendo le bresciane a trasferirsi a Lumezzane nel turno successivo. Uno sgarbo targato Cellino, nuovo patron del Brescia maschile.

COSE SUCCEDE NEGLI ALTRI PAESI?

Partiamo dalla Norvegia, paese che ha lanciato la proposta soprariportata: nel paese scandinavo la spesa annuale della federazione è di 7.2 miloni di euro per il movimento femminile, cifra quasi doppia rispetto alla nostra. Differenza che di dimostra abbastanza scandalosa, vista sia la potenza economica della FIGC rispetto alla sua omologa di Oslo che l’arretratezza attuale del nostro calcio femminile rispetto al loro. Logico che ci si aspetterebbe da parte nostra una cifra impiegata migliore, dato lo status attuale e il livello della nazionale.

Secondo aspetto è che nel paese del Nord Europa è da poco passato in primo piano una parità salariale per quanto riguarda la nazionale: partendo dai 330 mila euro di stipendio collettivo annuale che attualmente percepiscono le norvegesi, la federazione ha deciso di aumentarlo fino ad ottenere una parità salariale (che sarà effettiva negli anni a seguire) anche grazie ad una riduzione della selezione maschile.

Sulla stessa strada della Norvegia, ci sono gli USA: il movimento femminile oltreoceano infatti ha severamente protestato con la federazione per ottenere più diritti e paghe più cospicue, visto che storicamente il women’s soccer ha portato più gioie agli States rispetto agli uomini (3 mondiali e 4 olimpiadi). Nonostante tutto, resiste ancora una netta differenza salariale con i giocatori professionisti maschi.

Come in America, così in Danimarca le giocatrici hanno protestato con le autorità del calcio locale, per un aumento del riconoscimento per la partecipazione alle selezione nazionale, visto che anche qua vige uno stato simile a quello italiano, a differenza che le calciatrici vengono rimborsato di 300 euro a chiamata, nonostante abbiano in comune lo status di dilettanti (ad eccezione di qualche d’una). Fatto sta che le atleti danesi hanno sciperato il mese scorso, in occasione dell’amichevole contro l’Olanda, che ha consentito a loro di poter aprire un tavolo di trattative con la federazione e l’appoggio (non solo morale, ma anche economico) dei colleghi dell’altro sesso.

In generale, esistono movimenti femminili più avanti rispetto a quello italiano, che addirittura in alcuni casi riconoscono il professionismo ai massimi livelli, ma in ognuno di questi rimane comunque una netta differenza con l’omologo maschile, troppo radicato nella cultura di massa, troppo popolare per essere scalzato attualmente.

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