Il caso della corsa “discriminatoria” a Osimo approda in Parlamento – CentroPagina

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Il “Cross”, la tradizionale Corsa Campestre, sempre più popolare

OSIMO – Il caso della corsa “discriminatoria” a Osimo approda in Parlamento. La deputata di “Possibile”, l’onorevole Beatrice Brignone, ha presentato un’interrogazione alla Presidenza del Consiglio e al Ministro dello Sport in merito alla quinta gara nazionale di corsa campestre. «La cosa sconcertante è anche la differenziazione del percorso da compiere, dieci chilometri per gli uomini e sette per le donne, e l’assegnazione dei rimborsi spese che saranno assegnati esclusivamente agli atleti di cittadinanza italiana – dice -. Si può dunque dedurre che un’atleta donna è, secondo gli organizzatori, incapace di intraprendere lo stesso percorso di un uomo e quindi le viene riconosciuto un premio minore e gli atleti privi di cittadinanza italiana ma iscritti regolarmente alla Federazione italiana di atletica leggera, in caso di vittoria saranno esclusi dai rimborsi. Ho chiesto ai Ministri interrogati quali azioni si intendono mettere in campo per non dover più assistere alla disparità di trattamento tra uomini e donne in qualsiasi campo, sia esso lavorativo sia sportivo, e quali iniziative si intendono assumere affinché non si consentano più competizioni sportive che possano in qualche modo dare un messaggio di una cultura discriminante, sessista e razzista. Ritengo lo sport uno dei fondamenti strumenti per il contrasto all’emarginazione sociale e per tutte le discriminazioni in generale e credo nella valorizzazione di una cultura di pari opportunità attraverso lo sport, poiché nel ventunesimo secolo non è tollerabile assistere a eventi come quello di Osimo».
La consulta donne pari opportunità di Osimo aggiunge: «Assistiamo in questi giorni a due evidenti casi di discriminazione sessista nella nostra città. Innanzitutto il torneo di corsa campestre. Da sempre la realtà sportiva italiana vede una profonda differenziazione di trattamento economico e professionale tra atleti e atlete. In quasi tutti gli sport per le donne non sono previste le categorie professioniste, non hanno pensione né copertura previdenziale, gli uomini sì. Le donne hanno poi retribuzioni economiche inferiori ai loro colleghi. Per quale motivo? Il loro valore sportivo è forse inferiore? Eppure l’oro di Federica Pellegrini o di Tania Cagnotto o di Josepha Idem, solo per citarne alcune, vale meno. Per non parlare del previsto discrimine della cittadinanza italiana come uno dei requisiti. In una società che esige nuove forme di accesso alla cittadinanza in nome di una comune dignità, questa limitazione è inaccettabile. Un altro caso di soffuso sessismo è riconducibile alla campagna pubblicitaria di una società di pallavolo (Lardini ndr) raffigurante alcune atlete. Anche qui è completamente assente il richiamo al valore sportivo delle atlete. Si preferisce ancora una volta ricorrere a immagini che richiamano la bellezza femminile trascurando ogni altro valore. Ribadiamo con fermezza che è ora di smettere di presentare la donna come un bel soprammobile, soprattutto nello sport al quale si riconosce un alto valore di crescita sociale. Il fatto che l’iniquità sia da sempre riconosciuta e accettata, non può essere una scusante per non cambiare».


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