Era appena stato riammesso a scuola dopo una sospensione di quindici giorni. Uno studente quindicenne dell’Istituto superiore professionale Galilei di Mirandola, nel Modenese, dal fondo della classe, ha lanciato un cestino dei rifiuti addosso all’insegnante, seduta alla cattedra. Un compagno ha ripreso la scena violenta, e il filmato è finito su Facebook. Due degli studenti sono stati denunciati per violenza a pubblico ufficiale e interruzione di pubblico servizio. Il terzo per avere ripreso con il telefonino e diffuso il video a mezzo social.

L’insegnante, invece, non si è mossa: è rimasta impassibile.

Milena Prandini, la preside dell’Istituto, ha spiegato al Corriere: «Credo che in parte l’abbia fatto per il buon nome della scuola. Non reagire in quel momento è stato il suo modo di superare l’umiliazione e di proteggere, in un certo senso, l’Istituto e il ragazzo stesso, appena rientrato dopo una sospensione. In quella classe la professoressa si è ritrovata più volte ad affrontare situazioni sgradevoli ma ha sempre sopportato e ha provato la via della comprensione, della tolleranza, perfino della dolcezza».

Ma che cosa sta succedendo ai ragazzi? E agli insegnanti? Questo è l’ennesimo caso di bullismo contro gli insegnanti. Orizzonte Scuola ha citato un sondaggio del servizio gestione scuola, per cui sono stati interpellati quasi 1200 dirigenti: il 15% circa di loro ha confessato di sentirsi vittima di bullismo social, mentre oltre la metà considera un problema l’atteggiamento mostrato dai genitori sui vari social network.

Ne abbiamo parlato con Fabio Celi, psicologo e docente di psicopatologia dello sviluppo all’Università di Parma e Pisa, che parteciperà come relatore al Convegno Erickson «La Qualità dell’inclusione scolastica e sociale», da domani al 5 novembre a Rimini.

Perché in classe capitano queste cose?
«Le ragioni possono essere molteplici. Intanto, possono succedere quando viene meno l’alleanza psicoeducativa con i genitori, che una volta era automatica, implicita. Fino a una trentina di anni fa, quando gli alunni si lamentavano con i genitori dei rimproveri dell’insegnante, la madre e il padre difendevano il professore. Oggi l’educatore è spesso visto come un nemico, ma fino a quando non ci saranno strategie comuni, l’insegnante non potrà ottenere dei risultati. Sarebbe necessario un lavoro di coordinamento fra papà, mamma e insegnanti per la condivisione degli obiettivi.

E quali devono essere questi obiettivi?
«Devono essere quelli comportamentali, di base. Pochi, chiari e ben esplicitati. Andrebbero condivisi a inizio anno con tutta la classe, e le poche regole di convivenza civile stabilite dovrebbero essere rispettate a ogni costo».

A ogni costo?
«Finché è possibile, i metodi per far rispettare le regole dovrebbero essere positivi, basati sulla gratificazione. Solo se questi non funzionano, e solo in questo caso, bisogna ricorrere a metodi punitivi. Che però devono essere esplicitati e non frutto della reazione istintiva dell’insegnante. Devono essere anticipati da avvertimenti, da “cartellini gialli”, ma poi scattare inesorabilmente. Ma, ripeto, bisogna ricorrervi solo quando tutti i metodi positivi non hanno funzionato».

Come devono essere strutturate queste punizioni?
«Esistono punizioni di due tipi. Il tipo A è quello per “aggiunta”: il raddoppio dei compiti, ad esempio. Quelle del tipo B, invece, sottraggono qualcosa: non si fa l’intervallo, si leva il cellulare. Con tutte cautele del caso, le punizioni del secondo tipo producono meno danni e sono più indicate. Naturalmente, devono essere connesse con la gravità dell’atto».

E nel caso di Mirandola?
«Una punizione riparativa potrebbe essere quella che ricorre all’ipercorrezione: ad esempio, svuotare tutti i cestini di tutte le classi e ripulire il pavimento. Sono attività che sottraggono il tempo libero: devono essere eseguite oltre l’orario delle lezioni. Oppure si potrebbe chiedere ai ragazzi colpevoli di rivolgersi per una settimana all’insegnante con una formula di cortesia, come: “Buongiorno professoressa, bene arrivata”. Ma anche in questo caso è necessaria la collaborazione dei genitori».

Perché?
«Perché se i genitori non sostengono la decisione dell’insegnante, e al contrario vanno dall’avvocato, come spesso succede, a questo punto non ha più senso nessun intervento di questo genere. I ragazzi devono sapere che genitori e insegnanti saranno irremovibili. Se non lo saranno, perderanno l’autorevolezza».

Le punizioni devono durare a lungo?
«No, andrebbero anzi usate con molta attenzione. Dire: “Ti tolgo la televisione fino alla fine dell’anno scolastico”, non ha senso. E se domani il ragazzo deve di nuovo essere punito? Non gli si può togliere il cellulare fino ai 65 anni, il videogioco a vita. La punizione deve essere immediatamente consumabile».

Che cosa può fare il genitore di un bambino disregolato?
«Deve condividere da subito, da quando il bambino è piccolo, poche regole chiare e bene esplicitate, usare la punizione come ultima spiaggia: meglio la gratificazione, quando le regole vengono rispettate. Gli obiettivi non devono essere troppo generici e non superiori alle possibilità del bambino».

Ci sono ragazzi oggettivamente «irrecuperabili»?
«Ci vuole il coraggio di riconoscere che in certe situazioni non c’è più niente da fare, questo sì. Ma a quel punto bisogna cambiare le circostanze. Un mio paziente, un ragazzino incredibilmente problematico a scuola, è diventato un altro quando i genitori lo hanno mandato a fare l’apprendistato da un carrozziere. Ci vuole il coraggio di cambiamenti radicali».



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