«Non trattate l’infanzia come una malattia»

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Ciò che non si riesce a gestire e a controllare, viene «curato». Anche quando si tratta dei bambini: quando non si comportano come i genitori si aspettano, quando li mettono in difficoltà, quando sembrano troppo diversi dagli altri diventano oggetto di un’attenzione sanitaria. Daniele Novara, uno fra i più famosi pedagogisti italiani, fondatore del CPP (Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti), ha parlato di questo problema (e delle sue possibili soluzioni) nel suo ultimo libro, Non è colpa dei bambini, edizioni Bur.

Secondo i dati Istat, negli ultimi anni sono quadruplicati i Dsa (Disturbi specifici di apprendimento), sono raddoppiate le certificazioni di disabilità, e sono aumentati esponenzialmente i cosiddetti Bes (Bisogni educativi speciali). Oggi, nelle classi della scuola elementare italiana, un bambino su 4, in media, è portatore di una diagnosi relativa a un deficit specifico.

Se è positivo che i disturbi vengano riconosciuti prima, rispetto a un tempo, e quindi gestiti meglio, Novara fa notare che «prima di psichiatrizzare una generazione di figli il buon senso dice di verificare se i basilari educativi sono presenti o se viceversa la confusione pedagogica negli adulti crea disturbi e scompensi nei più piccoli. È importante saper mettere in dubbio che il difetto possa essere anche in chi educa, non esclusivamente in chi è educato».

Quindi, «messe insieme l’incapacità di interpretarsi in senso educativo e l’alienazione infantile nei confronti del gioco, della motricità e della natura, si capisce come le difficoltà emotive non appartengano a motivazioni neurologiche, ma prevalentemente a situazioni ambientali dove l’innaturalità della vita impedisce anche il recupero di eventuali ritardi. Ecco perché si può curare con l’educazione».

Lei scrive: «I genitori vogliono fare bene, dare tutto il possibile ai loro figli, ed ecco che screening psichiatrici e test psicocognitivi diventano la misura dell’attenzione: più se ne fanno, più si è bravi genitori». Bisognerebbe allora tornare a fidarsi di più dell’istinto?
«No, è il contrario. In una società fortemente narcisistica e autoreferenziale, ogni genitore è un mondo a sé stante. Il solo fatto di avere messo al mondo dei figli porta madri e padri a considerarsi esperti di educazione, ma non è così, e la presunta autosufficienza si rivela una speranza fallace. Questi genitori pensano di essere specialisti, di poter anche diagnosticare le malattie nei loro figli, quando non riescono a gestirli».

Che cosa possono fare i genitori, per evitare questa deriva?
«Ristabilire le basi educative, come la giusta distanza, il gioco di squadra, la coesione, il sostegno all’autonomia: i bambini stanno bene quando i genitori sono educativi. Un esempio: un bambino di 6 anni deve dormire almeno 10 ore: va messo a letto. Non può stare sveglio fino alle 23 a discutere con il proprio padre sul fatto che deve andare a letto anche se non vuole».

Nel suo libro, sostiene che per un bambino della scuola primaria sia necessario, fra le altre cose, seguire semplici regole, come fare sempre colazione e non stare troppo davanti allo schermo. Ma se non vuole farlo?
«A quel punto, bisogna che il sistema famigliare faccia un’autoanalisi. I genitori devono valutare quanto sono in accordo fra loro, se le regole sono proposte in modo sufficientemente chiaro, oppure se c’è un difetto nella loro formulazione, anziché andare a cercare un problema nel bambino».

La punizione è efficace?
«Non serve a nulla: una buona educazione non ha bisogno di punizioni».

Quando ha senso cominciare a imporre delle regole ai bambini?
«Le regole non si impongono, si impostano, e lo si può fare all’incirca a partire dal terzo anno del bambino. Si costruiscono buone abitudini, più che altro».

Un tempo i bambini non erano seguiti come oggi dai genitori, ma forse erano anche meno problematici. C’era un sistema educativo migliore?
«Io preferisco il presente: non ho nostalgia di quello che succedeva una volta, del senso di mortificazione che permeava la nostra infanzia. Però è vero che i bambini potevano vivere tra di loro in maniera più naturale, proprio perché genitori non li controllavano così tanto. L’eccesso di controllo spinge ad atteggiamenti parossistici, come la ricerca a tutti i costi di malattie mentali. Che invece, spesso, sono solo delle immaturità psicoevolutive che o passano o si compensano con il tempo».

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