Abbandonate per un momento gli stereotipi a cui il grande schermo ci ha abituato quando si parla di archeologia. Altro che Indiana Jones che si muove da una parte all’altra del pianeta alla scoperta di tesori inestimabili e di tombe faraoniche. Ciò che muove quest’intervista è l’intento di fare chiarezza intorno ad una delle figure più importanti del panorama scientifico, troppo spesso fraintesa e mitizzata, a scapito delle elevate competenze, degli anni di studio, della fatica e dei sacrifici compiuti nei cantieri di scavo. Sì, perché l’archeologo non è nemmeno un “topo da biblioteca”, relegato tra tomi e fascicoli polverosi da spulciare. Piccone, pala e carriola sono, invece, gli attrezzi del mestiere e i fedeli alleati di questi operai che scavano sotto il sole e le intemperie per riportare alla luce le ricchezze del nostro (immenso) patrimonio archeologico. Un lavoro faticoso eppure ricco di soddisfazioni e soprattutto amato e ammirato dai bambini, rapiti dai racconti della Storia che i beni ritrovati rivelano. Un lavoro reso difficile (e soprattutto precario) anche dalle condizioni e dalla tutela dei beni culturali nel nostro Paese. Ne parliamo con Giovanna Baldasarre, bitontina, archeologa e studiosa delle produzioni laterizie del Tardo Antico e dell’Alto Medioevo, con l’amore per i libri, i musei e i bambini. A 8 anni aveva deciso che avrebbe fatto l’archeologa.

 

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Quanto c’è di vero nell’accostamento tra il vostro mestiere e la figura di Indiana Jones?

«Quasi nulla direi. La gente ha un’idea sbagliata, alimentata appunto da personaggi di questo genere. L’archeologo è uno scienziato, con molti anni di studio e molta pratica sul campo. Ci vuole pazienza, capacità di dedizione, resistenza fisica al clima e alle intemperie: la giornata dell’archeologo sul cantiere è lunghissima e non perché si lavori con il pennellino, ma perché bisogna procedere ai lavori di rimozione della stratificazione. Poi c’è il lavaggio dei reperti e il lavoro di schedatura. Insomma, il fiuto e l’intuito per correre dietro alle fantasiose ricostruzioni cinematografiche non ha niente a che vedere con il nostro mestiere, sono soltanto approssimazioni. Nonostante queste importanti premesse oggi è molto difficile fare ricerca e ritagliare a questo ruolo uno spazio più centrale».

Eppure il personaggio di Indiana Jones rappresenta quell’aspetto più avventuroso che affascina i più piccoli…

«Devo dire che da quando mi occupo più da vicino di divulgazione (la Baldassare ha all’attivo, tra le altre cose, due quaderni didattici per ragazzi dai 9 ai 13 anni, realizzati nell’ambito di un progetto di ricerca, Archeoquad, finanziato dalla Regione Puglia con il bando “Ritorno al futuro”, ndr), unendo la mia passione per l’archeologia a quella per i libri, i bambini mi hanno sempre sorpresa per la capacità immaginifica di ricostruire le scene e le realtà che noi prospettiamo loro durante le visite guidate. L’obiettivo rimane sempre quello di un’educazione ludica, senza, però, banalizzare».

Questi bimbi saranno i cittadini consapevoli del futuro in grado di tutelare quello che noi oggi non siamo in grado di valorizzare adeguatamente?

«Noi ce lo auguriamo, ovviamente. Quando proponiamo i laboratori in cui simuliamo uno scavo, siamo travolti dall’entusiasmo. Più che la “caccia al tesoro”, che pure fa parte dell’esperienza, cerchiamo di mettere in evidenza quali sono la procedura e il metodo. Gli indizi rilevati nel processo dello scavo stratigrafico possono portarci, infine, verso una piacevole scoperta. Formare cittadini consapevoli è anche uno degli obiettivi di Archeokids, blog di cinque archeologi, che tentano di dialogare non solo con i più piccoli, ma anche con i loro insegnanti e i loro genitori. Proviamo a raccontare l’archeologia ai bambini come si raccontano le storie di draghi, cavalieri e folletti».

 

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