Scardinare le tradizioni in un mondo tutto di uomini. Conversazione con Cini Boeri

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Cini Boeri, foto di Maria Mulas

«Il lavoro dell’architetto è un lavoro duro, non femminile. Non mi pare che lei sia adatta. Ci ripensi». È l’agosto del 1943 e l’architetto Giuseppe De Finetti tenta di dissuadere in questo modo una giovane Cini Boeri che, per fortuna, non gli diede retta, diventando così una grande professionista nel suo settore.

Maria Cristina Mariani Dameno – questo il suo vero nome – nasce a Milano nel 1924, ultima di tre fratelli. «Avevo quattro anni – ricorda – quando sono entrata per la prima volta in Piazza Sant’Ambrogio, la mia piazza. Lì ho vissuto per moltissimi anni in una villetta annessa al complesso di Sant’Ambrogio perché il padre con cui sono cresciuta – non il mio padre naturale – era fabbriciere della Basilica. Prima ho frequentato l’asilo delle Orsoline, scuola in cui mia madre insegnava, poi il Manzoni. Era il mio microcosmo. Anche ora vivo nella stessa piazza, ma in una casa progettata da Asnago e Vender».

Cini – diminutivo di “picinin”, nome con cui veniva chiamata dai familiari – cresce negli anni della guerra e per evitare i bombardamenti insieme alla famiglia si trasferisce a Gignese, sulla sponda piemontese del Lago Maggiore, luogo in cui molti milanesi erano sfollati. «Con le altre ragazze sfollate aiutavamo i partigiani nascondendoli nelle nostre case quando c’erano dei rastrellamenti. Ricordo anche che aspettavamo i “lanci” degli americani che ci rifornivano di armi e di provviste. E con la tela rossa di uno di quei paracaduti mi feci persino un vestito. Tra le cose più rischiose che facevamo c’era anche trasportare le bombe a mano nella borsa della spesa. Credo che in quel periodo si formò la mia coscienza, fatta di valori liberali e democratici».

Durante la guerra Cini conosce il suo futuro marito, Renato Boeri, partigiano e futuro neurologo, da cui divorzierà dopo 25 anni di matrimonio. Un matrimonio che le diede – oltre che tre figli Sandro, Stefano e Tito – un nuovo cognome che decise di tenere anche dopo la separazione. «Può sembrare il contrario, ma probabilmente ho scelto di tenere il cognome di Renato – spiega – per un desiderio di autonomia, per affrancarmi dalla mia famiglia sia naturale che acquisita».

Terminato il liceo nel 1943 ma senza esame di maturità a causa della guerra («cosa che mi fece sempre sentire inadeguata culturalmente»), Cini dovette attendere la fine del conflitto per iniziare a frequentare il Politecnico di Milano nel 1945. Un’esperienza che ricorda sia come donna, sia come professionista: «Il docente di storia dell’arte mi disse che coi riccioli non si poteva essere architetto. All’epoca eravamo pochissime ragazze, se ben ricordo solo nove. Disegnavamo col camice bianco e in aula le parole “Razionalismo” e “Modernismo” erano ancora lontane. Solo alla fine dei miei studi i docenti iniziarono a parlare di Le Corbusier».

È il 1951 quando Cini riesce a laurearsi: «Fuori dal Politecnico mi aspettava mio figlio Sandro, di soli due mesi. Ricordo che non festeggiai ma iniziai subito a pensare a come imparare a lavorare perché ero una giovane donna che sgomitava in una tribù di uomini. All’epoca, inoltre, non esisteva l’esame di Stato e per entrare a far parte dell’Ordine degli Architetti bisognava essere presentati da un professionista in grado di garantire per me».

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Cini Boeri e Marco Zanuso – foto Archivio Cini Boeri Architetti

Inizia così la gavetta e Cini trova il primo impiego da Gio Ponti, già suo docente all’università «che però mi stimolava più a dipingere piuttosto che a fare la professione dell’architetto. Da lui appresi, comunque, un ordine mentale e fisico che è tuttora parte di me stessa» precisa. Dopo Ponti, Cini lavora presso la Philco, una società americana che importava cucine: «Un lavoro compositivo, poco creativo, che mi consentì di portare a casa i primi guadagni». È proprio allo stand dell’azienda americana al Salone del Mobile del 1952 che Cini viene notata da Marco Zanuso: «Mi chiese informazioni sui prodotti e subito dopo mi propose di andare a lavorare per lui». Una collaborazione che durò dodici anni e che Cini Boeri descrive così: «Furono anni importantissimi della mia formazione, imparai che ogni lavoro doveva iniziare con uno studio psicologico del cliente. Da Zanuso finalmente iniziai a lavorare su un progetto di architettura appassionante, l’Asilo per madri nubili al Lorenteggio. Quando iniziai mi ricordo che non avevo grandi competenze tecniche – l’università ci aveva trasmesso molto poco –, gli operai mi chiedevano “architetto, come lo facciamo lo zoccolino?” e io rispondevo “lei come lo farebbe?”. Cominciai così a rispettare loro e a essere rispettata».

Cini segue con passione altri progetti “al femminile” come il Pensionato delle Carline e gli interni dell’asilo di Gubbio ed entra in contatto con i tanti giovani e gli ospiti dello studio Zanuso. «In studio – rivela – ho conosciuto Lucio Fontana e poi Richard Sapper, che arrivò nel 1957. Era molto serio e simpatico e usava girare con il rotolo dei disegni sulla spalla: un giorno gli chiesi di smettere perché mi ricordava il bazooka che i nazisti portavano allo stesso modo, ricordo infelice del periodo di guerra».

Nel 1963, dopo una lunga collaborazione, Cini decide di lasciare lo studio di Zanuso: «Ascoltai i consigli di Franca Helg e Anna Castelli Ferrieri che mi spronarono ad aprire un mio studio prima di diventare un collaboratore indissolubile di Zanuso. Erano anni difficili per le donne che volevano esprimersi nel mondo del lavoro, oggi forse è un po’ più facile ma c’è ancora tanta strada da fare, soprattutto in Italia». Inizia così l’avventura dello Studio Boeri: «All’inizio il lavoro era sufficiente per sostenere uno studio molto ridotto, con una segretaria e un disegnatore. Iniziai anche i primi progetti di disegno industriale con Arflex, azienda conosciuta mentre lavoravo da Zanuso».

La casa bunker alla Maddalena - foto Paolo Rosselli

La casa bunker alla Maddalena – foto Paolo Rosselli

Sono ormai gli anni ’70 e Cini, oltre che al lavoro, è sempre più impegnata a seguire l’educazione e la crescita dei suoi tre figli che, in quel periodo, partecipano anche alle contestazioni studentesche. «Erano anni difficili e io ero molto attenta – ricorda – a come si comportavano e a chi frequentavano. Dedicavo loro la massima attenzione». Proprio ai suoi figli Cini dedica uno dei progetti ai quali è più affezionata, la casa alla Maddalena (1967), detta anche la casa Bunker dagli abitanti dell’isola per via della forma. «In quel progetto sono riuscita a proporre un modo di vivere più autonomo e libero da vincoli» chiarisce. Si tratta infatti di una casa costruita con pochi mezzi e materiali essenziali, a partire da una «pianta quadrata, al centro il soggiorno e il patio che dava sul mare, ai vertici quattro camere da letto con bagno e ingresso autonomi». Cini progetta anche altre case unifamiliari, come la Casa nel bosco del 1968 che cerca di inserirsi nell’ambiente naturale. «Il bosco – ricorda infatti – era così bello che pensai di non disturbarlo, creando così una pianta che andava a svilupparsi attorno agli alberi, cercando di abbatterne il meno possibile». Seguono quindi lavori per il Partito comunista italiano, come il restauro della casa museo Gramsci a Ghilarza, in Sardegna, un progetto che «mi permise di entrare a stretto contatto con la mentalità degli abitanti della Sardegna centrale, ben diversa da quella degli abitanti dei centri turistici vicini alle coste»; oppure l’allestimento per la festa dell’Unità del 1986 dove «utilizzai tubi Innocenti, pannelli e tele per spendere il meno possibile».

Nel 1980 Cini scrive “Le dimensioni umane dell’abitazione” per passare la propria esperienza e le proprie ricerche alle giovani generazioni di architetti. «Mi hanno sempre interessato le persone e i loro comportamenti. Sono una grande osservatrice, quando progetto mi piace entrare in sintonia con i committenti e comprendere le loro necessità e desideri per cercare di fornirgli la migliore soluzione possibile». Una ricerca che trova il suo apice nell’abitazione progettata nel 1986 per la mostra “Il progetto domestico” alla Triennale: «Proposi un’abitazione riservata a una coppia dove i due abitanti potessero svolgere la loro vita in completa autonomia, rispettando la scelta dei momenti comuni e della convivialità. Il mio progetto fu discusso, criticato e venni etichettata come la killer dei matrimoni per aver proposto due camere da letto separate!».

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Oltre alle abitazioni, Cini ha l’opportunità di progettare diversi spazi commerciali in giro per il mondo per il marchio americano Knoll e di diventare una dei designer del brand: «Mi chiesero di visitare tutte le loro sedi negli Stati Uniti, poi tutti gli showroom in Europa. Grazie a loro ho girato il mondo e ho conosciuto i più prestigiosi designer e architetti dell’epoca». Un altro campo dove Cini eccellerà è quello del design che preferisce, quasi, all’architettura perché «per farlo è necessario ideare qualcosa di nuovo, utile e razionale». Cini disegna valigie, lampade, poltrone «come la Borgogna, del 1963. Avevo inserito bloc notes, telefono, luce e leggio. Oggi potrebbe essere definita un’attuale workstation! Ho disegnato molti divani e arredi per Arflex e Knoll, ad ognuno di questi ho cercato di aggiungere un uso differente che potesse distinguerli dai prodotti già in mercato», precisa. Si devono a Cini Boeri anche molti altri progetti di design diventati iconici come il divano Serpentone (una seduta infinita e flessibile da tagliarsi e vendersi a metri, a kilometri) che quasi la rappresenta «nella sua volontà di creare il nuovo, scardinando le tradizioni». E poi design da Compasso d’Oro, come nel caso della famiglia Strips (1971) per Arflex la cui ispirazione, spiega, le arrivò dalle opere di Christo: «Aveva iniziato a impacchettare monumenti. Io un giorno provai a impacchettare un divano creando una specie di sacco a pelo trasformato in letto». O ancora la poltrona Ghost (1987), «una risposta ironica alla continua richiesta di nuove sedute. Più che come seduta ha avuto successo come oggetto d’arte».

E a chi le chiede se preferisce essere chiamata architetto o architetta, Cini Boeri risponde che: «Ho sempre preferito la parola architetto, trovo questa differenziazione di genere un po’ modaiola, i nostri diritti non aumentano sostituendo la O con una A. Un architetto resta architetto uomo o donna che sia, per cui sono abbastanza contraria a questi neologismi pur comprendendone il lodevole intento. Preferirei si badasse più alla sostanza che alla forma». Una sostanza che, secondo lei, nasce più dall’estro individuale che da una presunta sensibilità di genere. «Quando progetto – spiega infatti – faccio l’architetto e mi dimentico di essere donna, non so che cosa ci differenzi maggiormente, Gio Ponti mi diceva che possedevo una grande sensibilità per i colori. In realtà credo esista assoluta parità intellettuale tra i due sessi».




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