“Come diventare capo (anche se sei donna) senza avere un ufficio”


Dallo scorso 6 settembre Microsoft Italia ha un nuovo amministratore delegato. Capita, nelle aziende, se non fosse che a capo di una delle filiali più importanti di una delle più importanti compagnie tecnologiche del mondo c’è ora una donna, arrivata in cima dopo un percorso professionale da capogiro. Tutto questo mentre, nel frattempo è impegnata nel sostenere la leadership al femminile nelle imprese italiane, ha contribuito alla creazione dell’associazione ValoreD ed è anche membro del Consiglio di Amministrazione di Cofide. Ma soprattutto è moglie, madre di due figli e volendo pure scia e va in barca a vela.

Dottoressa Candiani, come si fa?

«Beh, diciamo che innanzitutto ho lavorato sempre in aziende internazionali, dove la mentalità è un po’ differente. Certo: il capo che ti mette la riunione alle 7 di sera l’ho trovato anch’io, ma a volte basta seguirla da remoto, al cellulare mentre si torna a casa…».

Adesso però è a capo di un’azienda leader nello smart working.

«E ne sono fiera, perché qui è stata sviluppata un’attitudine al lavoro che dovrebbe sempre più prendere piede nelle imprese italiane. Non c’è nulla di stupefacente nel sapere che i dati dimostrano che un dipendente contento aumenta la sua produttività. Bisogna abbattere quel muro psicologico e sociale che impedisce di cambiare i parametri».

Colpa dei capi, dunque?

«Non solo. È vero che spesso chi comanda ha paura che chi sta sotto di lui usi la libertà per farsi gli affari suoi, ma è anche vero che c’è una paura da parte dei dipendenti che chi non si fa vedere in ufficio passi per un privilegiato».

Colpa degli uomini.

«Non è neanche vero questo. Viviamo in una società in cui il tempo è quasi più prezioso dei soldi che si guadagnano. E allora è vero che sul lavoro sono le donne spesso ad aver più incombenze familiari; ma perché non dare una possibilità anche ad un uomo di seguire i figli nello sport o di farsi una partita di tennis, una volta che ha concluso quello che deve fare? Ho fatto due casi estremi, ma significativi».

Torniamo all’esperienza di donna, mamma, moglie e manager.

«Negli ultimi anni ho viaggiato molto in Est Europa, circa 200 giorni l’anno, dalla Russia fino al Kazakhstan. Ho fatto in modo di concentrare queste mie assenze dal martedì al giovedì, tenendomi il lunedì e il venerdì per sbrigare il lavoro a casa e avere il tempo di andare a prendere i figli a scuola».

Qual è il primo passo che suggerirebbe a un’azienda che si vuole riconvertire allo smart working?

«Il primissimo è quello di chiarire gli obbiettivi, quello insomma che si vuole dalle persone. Passare da una concezione oraria del lavoro a quella qualitativa, che è la vera rivoluzione del nostro tempo. Seconda cosa è fare un programma per attuare questo cambiamento».

Il giusto mezzo…

«Proprio quello. Nel senso che anche qui in Microsoft sappiamo che ci si deve pure incontrare in ufficio per un miglior andamento dei nostri obbiettivi».

Ma davvero non c’è nessuno che ha la tentazione di imboscarsi?

«Questo non si può escludere in nessun ufficio. Però se la fiducia del capo è importante, è altrettanto decisivo sapersela meritare. Se il risultato non arriva bisogna intervenire togliendo un po’ di libertà e premiando chi se lo merita».

Manca ancora un passaggio fondamentale, però: quello nella pubblica amministrazione…

«È dura, lo so: è un ambiente in cui si è legati ai parametri di presenza/anzianità piuttosto che a quelli di obbiettivo/risultati. Se potessi dare un piccolo suggerimento comincerei da una cosa semplice».

Tipo?

«Poter avere i colloqui scolastici via Skype: credo di non essere la sola a pensarlo…».



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